«Abruzzesi per sempre» Gli scrittori si raccontano

Un’idea della regione attraverso la narrativa in un’antologia di 21 autori Il volume è curato da Roberto Alfatti Appetiti con prefazione di Romano De Marco
Ventuno scrittori abruzzesi hanno messo nero su bianco la loro idea della regione. Il risultato è un libro collettivo di racconti che si intitola “Abruzzesi per sempre” (Eds, 156 pagine, 12 euro) curato da Roberto Alfatti Appetiti con una prefazione di Romano De Marco. Questi sono gli autori: Federica Maria D’Amato, Igor De Amicisi, Maura Chiulli, Giorgia Tribuiani, Andrea Bernabeo, Umberto Dante, Francesco Proia, Emma Pomilio, Cristina Mosca, Stefano Angelucci Marino, Caterina Falconi, Roberto Alfatti Appettiti, Enzo Verrengia, Alice Antonelli, Roberta Di Pascasio, Domenico Paris, Alessio Romano, Simone Gambacorta, Francesca Trinchini, Valentina Di Cesare e Alessandro Martorelli.
Pubblichiamo l’incipit del racconto di Federica Maria D’Amato intitolato “Autobiografia abruzzese”.
di Federica Maria d’Amato
L’unico a capire era Tonino, mi diceva ognuno ha il suo modo, io quando sono triste vado a farmi un giro col trattore, tu invece scrivi poesie. Ognuno a modo suo, come i cani. Mi sembrava la definizione di poesia migliore che avessi mai sentito, perché poeti lo siamo tutti, ma c’è chi scrive con le zolle, chi coi cerini, e chi con gli occhi, come me. Tonino mi manca e, se fossi stato più sveglio, da ragazzo, me lo sarei portato dietro, non per averci un semplice amico, ma uno che coi gesti, con la faccia, tra le pieghe dure delle mani ti ricorda da dove vieni e dove ritorni: nemmeno chi sei o chi volevi diventare, ma proprio il giallo delle spighe e il rosso delle viti che hai mangiato vent’anni, ché un giorno ti torna la fame e non lo puoi dire a nessuno perché vivi in un posto dove la fame si compra e si rivende a un prezzo da signori. Io signore non lo sono mai stato e qui, la prima volta che ci sono venuto, puzzava di nero. Non ero figlio di nessuno, avevo il bene di tutti e volevo fare il poeta. La colletta per farmi venire in città durava da quando qualcuno mi aveva lasciato sotto il fico grande, quello che segna dove inizia il paese, da cui i frutti non si colgono perché dice devono esplodere e marcire e tornare alla pianta, poi alla terra e alla gente del posto portare fortuna. Chi mi ha abbandonato almeno ha voluto lasciarmi una sorte buona in partenza.
Io sono stato sempre felice, e lo sono ancora, perché quando non sei di nessuno, quando vieni da niente, sei come il bambino scappato nei campi che si perde a un metro da casa e non lo racconta, ma poi ci pensa tutta la vita, col ricordo, tornando a quel giorno in cui aveva capito. Quando dicono che per scrivere poesie devi essere triste, lo fanno per sport perché non è vero, io sono la prova, io che mi sono svegliato sempre cantando, anche 36 quando, a dieci anni, si dormiva sopra la paglia e alle quattro iniziava giornata. Anche quando, venuto in città i primi tempi, dormivo il sonno dei cinesi, in dieci dentro una stanza e puzza di piscio nelle scarpe. Ma quanto era bello scappare da quella camera e mettersi al gioco del corso, nell’alba diffusa di azzurri, andando a piedi fino alla piazza centrale e restare incantati davanti a chi preparava il mercato. Un via vai di camion, muletti, cassette ripiene di frutta e verdura e lo sguardo d’intesa coi contadini che facevano tutto in silenzio.
La gente iniziava a venire quando il sole lo comandava, intorno alle sette, e poi era un crescere fino all’ora di pranzo, ché chi ce l’aveva correva a mangiarlo, e chi come me doveva arrangiarsi, si sfamava solo di notte, guardando la luna. Era il tempo che vivevo con trecento euro al mese, il molto che la grande famiglia di campagna aveva raccolto per me, da quando ero nato bastardo. Ero stato così una sorpresa che mi fecero figlio di tutti, tanto che anche i pezzenti ci davano un soldo per farmi mangiare, crescere e poi studiare. Eppure con quel poco di ognuno, alla fine, ci ero cresciuto e ora ci studiavo all’università, e mangiavo e vivevo lontano. I corsi sono iniziati due mesi dopo il mio arrivo. Studiavo da poeta, e il fatto più bello è che quando lo dissi alla grande famiglia, non uno a dire non butto i miei soldi a ciance, diventa ingegnere.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Pubblichiamo l’incipit del racconto di Federica Maria D’Amato intitolato “Autobiografia abruzzese”.
di Federica Maria d’Amato
L’unico a capire era Tonino, mi diceva ognuno ha il suo modo, io quando sono triste vado a farmi un giro col trattore, tu invece scrivi poesie. Ognuno a modo suo, come i cani. Mi sembrava la definizione di poesia migliore che avessi mai sentito, perché poeti lo siamo tutti, ma c’è chi scrive con le zolle, chi coi cerini, e chi con gli occhi, come me. Tonino mi manca e, se fossi stato più sveglio, da ragazzo, me lo sarei portato dietro, non per averci un semplice amico, ma uno che coi gesti, con la faccia, tra le pieghe dure delle mani ti ricorda da dove vieni e dove ritorni: nemmeno chi sei o chi volevi diventare, ma proprio il giallo delle spighe e il rosso delle viti che hai mangiato vent’anni, ché un giorno ti torna la fame e non lo puoi dire a nessuno perché vivi in un posto dove la fame si compra e si rivende a un prezzo da signori. Io signore non lo sono mai stato e qui, la prima volta che ci sono venuto, puzzava di nero. Non ero figlio di nessuno, avevo il bene di tutti e volevo fare il poeta. La colletta per farmi venire in città durava da quando qualcuno mi aveva lasciato sotto il fico grande, quello che segna dove inizia il paese, da cui i frutti non si colgono perché dice devono esplodere e marcire e tornare alla pianta, poi alla terra e alla gente del posto portare fortuna. Chi mi ha abbandonato almeno ha voluto lasciarmi una sorte buona in partenza.
Io sono stato sempre felice, e lo sono ancora, perché quando non sei di nessuno, quando vieni da niente, sei come il bambino scappato nei campi che si perde a un metro da casa e non lo racconta, ma poi ci pensa tutta la vita, col ricordo, tornando a quel giorno in cui aveva capito. Quando dicono che per scrivere poesie devi essere triste, lo fanno per sport perché non è vero, io sono la prova, io che mi sono svegliato sempre cantando, anche 36 quando, a dieci anni, si dormiva sopra la paglia e alle quattro iniziava giornata. Anche quando, venuto in città i primi tempi, dormivo il sonno dei cinesi, in dieci dentro una stanza e puzza di piscio nelle scarpe. Ma quanto era bello scappare da quella camera e mettersi al gioco del corso, nell’alba diffusa di azzurri, andando a piedi fino alla piazza centrale e restare incantati davanti a chi preparava il mercato. Un via vai di camion, muletti, cassette ripiene di frutta e verdura e lo sguardo d’intesa coi contadini che facevano tutto in silenzio.
La gente iniziava a venire quando il sole lo comandava, intorno alle sette, e poi era un crescere fino all’ora di pranzo, ché chi ce l’aveva correva a mangiarlo, e chi come me doveva arrangiarsi, si sfamava solo di notte, guardando la luna. Era il tempo che vivevo con trecento euro al mese, il molto che la grande famiglia di campagna aveva raccolto per me, da quando ero nato bastardo. Ero stato così una sorpresa che mi fecero figlio di tutti, tanto che anche i pezzenti ci davano un soldo per farmi mangiare, crescere e poi studiare. Eppure con quel poco di ognuno, alla fine, ci ero cresciuto e ora ci studiavo all’università, e mangiavo e vivevo lontano. I corsi sono iniziati due mesi dopo il mio arrivo. Studiavo da poeta, e il fatto più bello è che quando lo dissi alla grande famiglia, non uno a dire non butto i miei soldi a ciance, diventa ingegnere.
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