“Abruzzo, il sapore della scoperta” viaggio nell’anima di una regione

27 Settembre 2015

PESCARA. Cosa fa un fotografo innamorato della sua terra? La fotografa, sicuramente, ma non solo: la cammina intera con il suo sguardo, fino a riscoprirla daccapo, a farla diventare nuova. E' quello...

PESCARA. Cosa fa un fotografo innamorato della sua terra? La fotografa, sicuramente, ma non solo: la cammina intera con il suo sguardo, fino a riscoprirla daccapo, a farla diventare nuova. E' quello che è andato facendo negli ultimi anni l'architetto e fotografo pescarese Antonio Di Loreto, decidendo alla fine del viaggio di condividere la sua avventura nel volume “Abruzzo il sapore della scoperta. Viaggio nella cultura enogastronomia abruzzese” (Noubs Edizioni, € 28, pp.239).

Il catalogo raccoglie gli interventi di 17 autori “addetti ai lavori” che della passione per la cultura enogastronomica abruzzese hanno fatto la loro professione; ogni intervento, proposto anche nella versione inglese, è accompagnato dalle foto di Di Loreto e Francesco Ceccarini, con un risultato finale degno d'attenzione. Non il solito libro sull'arte culinaria abruzzese, insomma, ma qualcosa di più profondo e sicuramente originale, di cui il suo curatore ci parla in questa intervista.

Di Loreto, lei ha curato un volume di grande valore culturale e scientifico. Ci racconti come è nato.

È nato dall’esigenza di far conoscere il grande patrimonio culturale legato all’enogastronomia abruzzese. Le tradizioni, i riti, i saperi che nell’arco di secoli sono stati tramandati e gelosamente conservati rappresentano lo specchio dell’anima abruzzese, la sua identità, il suo grande valore sociale ed antropologico. “Sei quel che mangi” ha scritto il filosofo Feuerbach nel 1800, e, se è vero, come è vero, allora noi abruzzesi non siamo niente male. E questo libro lo dimostra. I 15 autori dei testi hanno raccontato l’evoluzione dell’enogastronomia abruzzese e riportato in vita memorie antiche che rischiavano di perdersi nella nostra cosiddetta “società liquida”, nella quale valori e saperi perdono sempre più importanza.

Qual è la novità che questo catalogo apporta rispetto a progetti simili già esistenti e numerosi?

Non si è mai immodesti quando si dice la verità, e, per questo, posso dire, tranquillamente, che questo libro non è come tutti gli altri; prima di tutto perché non ci sono ricette. Se ne volete una, è sufficiente digitare su un motore di ricerca il nome del piatto e se ne troveranno per soddisfare ogni esigenza. Inoltre, questo libro sì, parla di cibo, ma parla anche e soprattutto degli abruzzesi; del loro nucleo più centrale, della loro anima più vera.

Questo suo viaggio tra sapori e tradizioni plurime cosa le ha fatto scoprire del nostro antichissimo Abruzzo?

Che, ad esempio, le storiche “Panarde”, i pantagruelici pranzi con trenta o più portate, derivano in qualche modo dai sissizi greci, dai convivi e simposi romani, dalle agapi paleocristiane. Abbiamo un legame forte con le culture mediterranee e ne abbiamo fatto tesoro anche a tavola.

Le foto riprodotte sono dei capolavori, lasciano il lettore senza fiato: qual è il rapporto che ha voluto instaurare tra gli interventi degli autori e i suoi scatti?

Lei parla con il linguaggio del cuore, che è lo stesso che ha accompagnato me ed il mio amico Franco Ceccarini durante la realizzazione delle 99 immagini che corredano questo libro. Le foto sono state realizzate con un senso dell’immediato, molte sono aeree, proprio per mostrare un territorio che, generalmente non è possibile vedere normalmente ed abbracciano spesso un grande campo visivo, per esaltare la natura ancora incontaminata e, a volte, selvaggia di molti luoghi della terra d’Abruzzo.

Quali sono il piatto e il paesaggio che la fanno sentire veramente abruzzese?

Sono abruzzese fino al midollo, e ne vado fiero. Nei quattro anni di lavorazione del libro, ho mangiato e bevuto molte delle eccellenze enogastronomiche della nostra regione. Per fortuna, mancherà sempre un piatto, un vino, una specialità a completare tutta l’esperienza di gusto e di sapore che offre la nostra cucina regionale. Un pensiero ricorrente, però, lo rivolgo ai nostri arrosticini, ma per un motivo che esula dal semplice gusto; a rifletterci, questa specialità, generalmente, non va mai consumata da soli. Per mangiare gli arrosticini, si sceglie e si compone una compagnia di persone affiatate, con le quale si è stabilito un legame, amicale, affettivo, solidale. Insomma, gli arrosticini rappresentano un legame sociale. Quante altre specialità, in Italia e nel mondo, possono vantarsi di possedere un così importante requisito?

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