Addio a Cavina, attore cult di Avati La popolarità tv con l’ispettore Sarti

27 Marzo 2022

ROMA. Non c’è casualità nel fatto che sia stato Pupi Avati a divulgare la notizia della scomparsa di Gianni Cavina, ieri notte a Bologna all’età di 81 anni: nell’immaginario del cinema italiano,...

ROMA. Non c’è casualità nel fatto che sia stato Pupi Avati a divulgare la notizia della scomparsa di Gianni Cavina, ieri notte a Bologna all’età di 81 anni: nell’immaginario del cinema italiano, senza Pupi Avati il volto e la bonomia di Cavina non esisterebbero. E in verità senza la complicità e l’amicizia con la famiglia Avati, Gianni sarebbe probabilmente rimasto solo un simpatico caratterista dialettale.
Se però si va a cercare meglio nella sua biografia ci si ritrova davanti una personalità e una storia più complessa: nato a Bologna il 9 dicembre 1940, si forma alla scuola teatrale di Franco Parenti e partecipa alla tumultuosa e allegra vita artistica della città, dividendo perfino con Lucio Dalla il palcoscenico nel cabaret per debuttare al cinema grazie a Raffaele Andreassi che nel 1968 lo chiama sul set di “Flashback” con cui va a Cannes e vince il Globo d’oro per l’opera prima. L’incontro con Pupi Avati, cui lo lega la passione per il jazz e quella per il cinema, avviene nello stesso anno con “Balsamus”, storia ai confini del grottesco che passa sotto silenzio. Ci vorrà la garanzia di un attore come Ugo Tognazzi e una fantasiosa sceneggiatura (a cui partecipa) perché il nome di Gianni Cavina cominci a diventare familiare ad attori e produttori. Il film è “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone” che impone anche Avati nel 1975. Cinecittà adotta l’attore nel filone della commedia scollacciata con “Buttiglione” o “San Pasquale Baylonne” (in coppia con Lando Buzzanca). Il sodalizio con Avati invece continua e porta al successo di “La casa dalle finestre che ridono” (1976), “Tutti defunti tranne i morti” (’77), “Le strelle nel fosso” che fanno del regista bolognese un giovane maestro tra horror e fantasy. Nel 1979 Cavina conquista il primo ruolo da protagonista nei panni di Padre Lino in “Adsalut Pader”. Seguiranno “L'ingorgo” di Luigi Comencini, “Il turno” di Tonino Cervi, “Per favore occupati di Amelia” di Flavio Mogherini. Nella vita di Cavina Avati ritorna sempre più spesso da mentore e protagonista: lavoreranno insieme più di 20 volte, fino all'ancora inedito “Dante” in cui interpreta il notaio Pietro Giardino, nonostante la malattia già in stato avanzato. I primi veri successi comuni sono le due serie televisive “Jazz Band” e “Cinema!!!” alla fine degli anni '70 mentre resta indimenticabile il suo Ugo Bondi, incallito giocatore di poker in “Regalo di Natale” del 1986, in concorso aVenezia. Cavina ci tornerà dieci anni dopo con “Festival” (sempre di Pupi) con cui conquisterà in Nastro d'Argento. Le interpretazioni senza il suo amico dietro la macchina da presa sono occasionali: “Non chiamarmi Omar” di Staino, “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio, “Benvenuto presidente” di Riccardo Milani. Con un’eccezione che gli diede una grande notorietà all'inizio degli anni '90: la serie tv “L’ispettore Sarti” dal personaggio creato dal giallista Loriano Machiavelli. Con la sua voce pastosa, il fisico robusto, le mani grandi come pale, il sorriso di volta in volta ammiccante e dolcissimo, Cavina conquistò la platea televisiva, apparve in produzioni internazionali, diventò perfino un volto della pubblicità.