Addio a Francesco Rosi maestro appassionato del cinema della realtà

11 Gennaio 2015

E’ morto all’età di 92 anni il regista di film classici come “Salvatore Giuliano” e “Le mani sulla città”

ROMA. Si guardava indietro, come in un cannocchiale rovesciato, e vedeva un'altra Italia, un altro mondo, un'altra società, ma non ha mai smesso di sentirsi dentro il suo tempo.

Francesco Rosi, morto ieri a Roma,era nato a Napoli il 15 novembre del 1922, una manciata di mesi dopo Carlo Lizzani, appena più vecchio di Franco Zeffirelli che divise con lui gli esordi sul set di Visconti, poco dopo che Lizzani imparava invece l'alfabeto del cinema da Rossellini. A raccontarla oggi sembra la vita di artisti mitici, appena ammantati dalla gloria del loro tempo e del loro talento, ma Rosi era invece combattivo, vitale, rabbioso e generoso come i suoi film, fino all'ultimo. Appena pochi mesi fa era al Cinema America di Roma, occupato da un pugno di ragazzi appassionati di cinema, per parlare con loro di film, di vita, di politica. Al «discepolo» Tornatore che ancora nel bellissimo libro a quattro mani Io lo chiamo Cinematografo (Mondadori 2012) lo incitava a tornare sul set non rispondeva «sono stanco» ma «il mestiere del regista richiede grande energia fisica e non so se l'avrei più».

In quello stesso 2012 Francesco Rosi era sul palcoscenico della Mostra di Venezia per ricevere il Leone d'oro alla carriera. Un premio in più in una carriera che già gli aveva regalato il Leone d'oro per Le mani sulla città, la Palma di Cannes per “Il caso Mattei”, la Legion d'onore, i tributi alla carriera di Locarno e Berlino, per non parlare di Grolle, David, Nastri, caduti a pioggia su ogni titolo della sua formidabile filmografia. Difficile negare che in film come “Le mani sulla città”, “Salvatore Giuliano”, “Il caso Mattei”, “Uomini contro”, “Lucky Luciano”, fino ai profetici “Cadaveri eccellenti” e “Dimenticare Palermo”, l'aspirazione etica sia andata di pari passo con un'arte cristallina.

Figlio di borghesi napoletani (il padre gestiva una compagnia marittima), laureato in legge, attratto da una carriera di illustratore per bambini che gli rimarrà in fondo all'anima, il giovane Francesco ha per amici intellettuali e politici come Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Giorgio Napolitano, Luchino Visconti. È il grande regista, incontrato a Roma subito dopo la guerra, a scovare la sua piena vocazione al cinema. Rosi sarà assistente di Visconti per “La terra trema” (1948), sceneggiatore di “Bellissima” (1951), collaboratore in “Senso” (1953). Tre anni dopo dirige il suo primo film, “La sfida”. Se l'esordio è debitore del taglio neorealista del primo Visconti e il successivo “I magliari” fa i conti con la trasformazione di quel movimento verso diversi territori del realismo, con “Salvatore Giuliano” (1962) nasce uno stile che è originale e molto imitato. Nasce con lui una nuova nozione di realismo che si confronta anche con lo stile del miglior cinema americano. E non a caso chi parla di una scuola italiana del noir, accosta il nome di Rosi (e di Sciascia) al percorso del noir americano d'impronta sociale. Sui film di Francesco Rosi, in una carriera che non può essere certo limitata alle grandi inchieste (basta pensare al filone storico da “Uomini contro” a “La tregua”, da “Cadaveri eccellenti” a “Cristo si è fermato a Eboli”), si è scritto moltissimo.

Il vecchio leone, rimasto solo con la figlia Carolina dopo la tragica scomparsa della moglie Giancarla due anni fa, non ha mai smesso di ruggire. Se n'è andato in silenzio, nella sua bella casa-studio a via Gregoriana, circondato dall'affetto di amici e discepoli. E per lui la scena - si trattasse della piana di Portella della Ginestra rievocata per Salvatore Giuliano o la Spagna reinventata in una memorabile Carmen - aveva i colori di Napoli. Una città mai dimenticata, sempre narrata con spietata verità e affetto.

(cr.sp.)

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