Addio a Grass una vita fra politica e letteratura

14 Aprile 2015

E’ morto a 87 anni lo scrittore tedesco premio Nobel Nel 2007 la confessione choc: da giovane ero una SS

Gunter Grass, scomparso ieri a Lubecca a 87 anni, sempre più, nel bene e nel male, ha rappresentato la realtà e lo spirito della Germania, prima nascondendo i suoi sensi di colpa e, dichiarandosi antinazista, poi confessando in tarda età, nel 2007, di essere stato a 17 anni una Waffen-SS, da giovane che credeva nel suo Paese e vedeva quel corpo militare come un'unità d'elite; così gioendo per la caduta del Muro ma poi diventando molto critico con «È una lunga storia» sulla riunificazione con la Ddr; ancora, nascendo come autore d'avanguardia, una delle colonne del Gruppo 47, «coscienza critica» della Germania, e restando poi giubilato dal premio Nobel per la letteratura, ricevuto nel 1999.

Detto questo sarebbe sbagliato, come potrebbe essere facile, dare una lettura essenzialmente politica della sua produzione letteraria, in gran parte di altissimo livello. Tra l'altro, dopo la sua clamorosa confessione di un passato nazista nel 2006, anticipando ciò che stava scrivendo nella sua autobiografia «Sbucciando la cipolla», la sua figura di scrittore, di autore di romanzi, poesie, teatro, ha subito una sorta di nemesi, che ha fatto prendere rilievo assoluto principalmente alle sue scomode prese di posizione politiche, a cominciare da quella molto critica verso Israele.

Anche il suo capolavoro, «Il tamburo di latta», il libro che nel 1959 gli ha dato fama internazionale, ha avuto naturalmente una lettura storico-politica. Il nano Oskar Matzerath che si rifiuta di crescere è sembrato un pò la Germania del dopoguerra davanti al suo passato hitleriano: la sua storia, partendo da quella della propria famiglia in un luogo emblematico come Danzica, viene rievocata dall'inizio del Novecento alla fine della seconda guerra mondiale dalla cella di un manicomio in cui è rinchiuso.

Racconto «pudico e sempre sfrenato» ma che imbriglia la propria vitalità in una misura quasi classica e mostra la direzione che andrà prendendo l'appassionato realismo di Grass, corroborato da una freddezza della fantasia e una disciplina di scrittura, anche se con una sua tendenza alla spiegazione, alla citazione, all'allusione quasi didascalica, che dà forza e assieme sgonfia anche il dramma «I plebei provano la rivolta», quella operaia di Berlino nel 1953. Molto critico verso la figura di Brecht, indagando il rapporto tra letteratura e verità, tra teatro e vita.

Quello di Grass è un itinerario umano, personale, e letterario che cerca di riflettere sempre in profondità con la consapevolezza che la letteratura non cambia il mondo, ma è parte della realtà e di una sua presa di coscienza.

Così le sue opere restano legate alla società e la storia, da «Anestesia locale», che nel 1969 affronta i temi della contestazione studentesca, al «Diario di una lumaca» del 1972, documento del suo attivo impegno politico al fianco di Willy Brandt, sino a «È una lunga storia» e il romanzo «Il passo del gambero» riflessioni critiche sulla riunificazione tedesca e sull'incapacità di dimenticare della Germania, e infine i due volumi d'autobiografia, l'esplosivo «Sbucciando la cipolla» e il più familiare «Camera oscura».

Mentre diversi e nuovamente ricchi di fantasia e libertà letteraria, pur in una nuova vena più moralista, sono i due romanzi «Il rombo» (1977) con questo pesce parlante che racconta a suo modo la storia dell'umanità, e «La ratta» (1986), visione profetica e apocalittica sul futuro autodistruttivo dell'uomo.

Discorsi sempre controcorrente in cui si impegna personalmente, da uomo di sinistra libero, ogni volta suscitando discussioni, letterarie e ideologiche, perché «Grass è un rompiscatole, è un pescecane nello stagno delle sardine, è un solitario selvaggio nella nostra letteratura addomesticata», come definì una volta Hans Magnus Enzensberger questo suo collega, questo personaggio che resterà comunque punto di riferimento centrale per la storia contemporanea del suo paese e dell'Europa.

Gianni Lamacchia

©RIPRODUZIONE RISERVATA