Addio a Maurizio Scaparro, una vita per il sogno teatrale

Scomparso ieri a 90 anni l’ultimo dei fondatori della moderna regia italiana Una carriera immensa nel segno dell’arte, tra impegno, sentimento e utopia
ROMA. Maurizio Scaparro, che amava dire che il suo desiderio era «avere sempre una finestra su Roma e una porta aperta sull'Europa», è morto ieri notte nella sua casa al centro della sua amata città, dove era nato il 2 settembre 1932: proprio qualche mese fa aveva festeggiato con i suoi cari i 90 anni. Domani mattina verrà ricordato al Teatro Argentina, dove sarà allestita la camera ardente.
Scaparro era l'ultimo grande personaggio di quel gruppo di cui fu capostipite Giorgio Strehler al Piccolo di Milano, che nel dopoguerra fece nascere il teatro pubblico e la moderna regia in Italia. Portavano spettacoli in giro per l'Europa e nel mondo, sicuri che la cultura e il fascino del teatro potessero essere strumento di crescita del Paese. Lo troviamo, dopo gli inizi allo Stabile di Bologna, direttore di quello di Bolzano, quindi nel 1983 directeur adjoint del Theatre de l'Europe a Parigi, al fianco di Strehler. Poi, negli anni, direttore del Teatro di Roma, commissario straordinario dell'Eti, direttore dell'Olimpico di Vicenza, direttore del Teatro Eliseo di Roma, della Biennale Teatro di Venezia, senza dimenticare a Parigi la direzione del Theatre des Italiens e la direzione della sezione spettacoli dell'Expò di Siviglia del 1992.
I registi di quella generazione furono registi impegnati, ognuno con una propria cifra stilistica e poetica, cifra che Scaparro rivela nei personaggi centrali del suo percorso artistico, per certi versi scomodi perché sognatori, capaci di vivere un'utopia, che è anche un modo per dire no alla realtà e insieme la voglia di qualcosa di diverso, un essere diversi sperando in un futuro altro.
Per capire, si può partire dallo spettacolo per il ventennale della Resistenza (1964) Festa grande di aprile, di Franco Antonicelli, con cui inizia la collaborazione con lo scenografo di una vita Roberto Francia; poi l'anno dopo al Festival di Spoleto la riscoperta di una donna libera e intraprendente come la Venexiana di anonimo cinquecentesco, riproposta più volte nel tempo e portata anche in America; e ancora, l'ottocentesco bandito Stefano Pelloni detto il Passatore, per arrivare ai grandi testi classici. A partire da Amleto, che segna l'inizio del lungo sodalizio con un attore quale Pino Micol, con il quale nascono Cirano di Bergerac e Don Chisciotte, con cui coglie rabbia e voglia di nuovo di quegli agitati primi anni '70. Poi Caligola, scritto da Albert Camus e la brechtiana Vita di Galileo, che segnano la sua riflessione costante sul rapporto col potere. Andando avanti, Il fu Mattia Pascal, Enrico IV, Don Giovanni, sia «raccontato dai comici dell'arte» sia quello di Mozart all'opera, la scandalosa Governante di Vitaliano Brancati, sino ai privati sentimenti e le riflessioni politiche delle intense Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, che dal 1989 diverrà cavallo di battaglia di Giorgio Albertazzi e oggi di Micol. In mezzo lo sberleffo poetico e popolare dei due Pulcinella di Santanelli-Rossellini con Massimo Ranieri, diventato nel 2009 anche un film. Figure riportabili a un unico grande disegno ideologico, sentimentale e poetico, che avrà il suo motore nello spirito dell'utopia che è speranza e visione e segna tutto il lavoro di Scaparro, andando poi a unirsi all'idea della festa, come luogo di vitalità, dignità e amore, e avrà il suo culmine con la reinvenzione e il rilancio del Carnevale di Venezia, quando sarà direttore della Biennale Teatro dal 1979 al 1982 e dove tornerà dal 2006 al 2009. Lo stesso vale per la sua direzione degli spettacoli all'Expò 1992 di Siviglia. Costante per Scaparro in tali progetti il riferimento all'Europa e il Mediterraneo, ideale luogo di tradizioni, musiche, spettacoli, tra i tanti teatri antichi greci e romani e la riscoperta della piazza. Mare che collega il nord al sud in senso storico ma anche ideologico, sociale e politico con l'Italia al centro, e che si riflette nelle due grandi vocazioni teatrali di Napoli e Venezia. Una visione che svilupperà l'idea di collegamento tra diversi teatri di vari paesi e culminerà nel 2016 al Teatro della Toscana col progetto Mediterriamo, che intende riunire artisti, politici, istituzioni pubbliche e private per riscoprire una via di salvezza, aldilà di odio e muri, creando un'alternativa al nichilismo, eredità di crisi e sgomento che hanno segnato l'uomo del Novecento. Non a caso un dei suoi ultimi, alti e significativi spettacoli è stato Aspettando Godot, ripreso più volte dal 2014 al 2019.
Negli ultimi anni, come sempre un vulcano di idee e progetti, si è dedicato alla formazione dei giovani, tutto sempre appunto con quell'idea di utopia, che era sintesi di progettualità, saper guardare avanti e soprattutto passione e amore, perché, come ripeteva, citando una battuta del Caligola di Camus: «L'assenza di amore genera mostri».