Addio a Montaldo il regista dell’impegno autoironico e gentile

Aveva 94 anni il presidente della giuria dei Premi Flaiano Le sue lotte nei film, da Sacco e Vanzetti a Giordano Bruno
Con Giuliano Montaldo scompare uno degli ultimi di quella generazione di registi che ha fatto grande il cinema italiano dagli anni Sessanta. Si è spento con a fianco l’amatissima moglie, Vera Pescarolo, la figlia Elisabetta e i suoi due nipoti Inti e Jana Carboni nella sua casa a Roma che nel tempo era diventata casa per questo genovese navigatore e spericolato, che ha sempre schivato ritualità solenni perché tra le sue molte doti c’era l’arte dell’autoironia dispiegata a piene mani.
Legato a Pescara era «nella famiglia dei Premi Internazionali Flaiano», ricorda la presidente Carla Tiboni, «colpita da grave lutto» con la perdita «del presidente sino ad oggi e da oltre venti anni della giuria sezione Cinema dei Premi. Una perdita gravissima , sia in termini di professionalità che di amicizia. La presidenza di Montaldo ha permesso ai Premi di avere una crescita continua», aggiunge, «perché Montaldo non solo era un uomo di una cultura sconfinata, ma di una signorilità ormai di pochi, aveva sempre tempo per ricevere le persone nella sua casa romana e dare consigli e suggerimenti per le scelte di film e artisti, senza tralasciare la critica costruttiva, quella che contraddistingue le persone di cultura. Quando era a Pescara non mancava mai di camminare per Corso Manthonè per far visita, dall’esterno, alla casa di Ennio Flaiano che considerava uno dei più grandi sceneggiatori di tutti i tempi». E per il grande pescarese aveva partecipato al film Un marziano di nome Ennio di Davide Cavuti, che ne ricorda «il garbo e la gentilezza nel raccontarmi la realizzazione del suo film Tempo di uccidere tratto proprio dal romanzo di Flaiano». L’eterno ragazzo di Cinecittà nasce a Genova il 22 febbraio del 1930; ha l’occhio del navigatore come Colombo, la voce di un Gino Paoli dai toni baritonali, la passione militante del giovane Calvino partigiano, il piacere dello scherzo di Paolo Villaggio e la leggerezza poetica di Lele Luzzati, tutti liguri come lui, tutti un po’ saggi e un po’ matti come lui. A guerra finita da un po’ il ventenne Giuliano scende alla scoperta di Roma. È alto, bello, dotato di magnetici occhi azzurri e modi eleganti. L’esordiente regista Carlo Lizzani lo chiama al suo fianco nel 1951 per Achtung, Banditi!. Il film sarà girato in Liguria, i soldi scarseggiano (sarà prodotto in cooperativa col sostegno dei partigiani) e serve un aiuto-regista pratico dei luoghi. Sul set sono tutti alle prime armi e Montaldo si fa notare anche come attore.
Con Lizzani è amicizia vera e durerà tutta la vita: nel film successivo Cronache di poveri amanti del ’54 c’è ancora una particina per lui, che intanto si impratichisce da regista rubando a tutti i segreti del mestiere: per Gillo Pontecorvo doppia perfino un cane nel documentario Cani dietro le sbarre e poi canterà in russo per doppiare un prigioniero nel lager di Kapo; Citto Maselli e Luciano Emmer gli insegnano la tecnica, Elio Petri per cui recita ne L’assassino del 1961 lo spinge a debuttare dietro la macchina da presa. Con Tiro al piccione dello stesso anno, il cinema scopre un nuovo talento ma basta il soggetto scelto (l'amaro destino di un soldatino della Repubblica Sociale) per capire che Montaldo non ama le scelte facili. Infatti il film (come il successivo Una bella grinta del ’65) non gode dei favori della critica di sinistra e anche all'interno del Pci Giuliano dovrà difendersi da qualche processo sommario. Come del resto dalle accuse di oltraggio al pudore al documentario Nudi per vivere sulla Parigi del sesso che firma nel '63 insieme a Petri e Giulio Questi col bizzarro acronimo Elio Montesti che i tre non sveleranno per molti anni.
Testardo, metodico, incoraggiato da colleghi Montaldo capisce che è attraverso un uso intelligente dei generi popolari che può fare il “suo” cinema. Ecco allora thriller di buona fattura come Ad ogni costo con Edward G.Robinson e Gli intoccabili con John Cassavetes che gli conquistano la fiducia dei produttori. Infatti il successivo Gott mit uns del 1970 ha ben altra ambizione: ambientato al crepuscolo della Germania nazista, il film dà l'avvio a una trilogia sulle aberrazioni del potere che dopo l’esercito prenderà di mira la giustizia (Sacco e Vanzetti, 1971) e la chiesa (Giordano Bruno, 1973).
Anche grazie alla perfetta sintonia con Gian Maria Volontè che ne è memorabile eroe, i due film sono grandi successi popolari, ma non distolgono il regista dalla sua vocazione militante. Vuole recuperare la storia partigiana e il copione di Franco Solinas per L'Agnese va a morire sembra perfetto. I Ma deve lavorare in economia, proprio come ai tempi di Achtung, Banditi!. E come allora è la gente comune, ieri i liguri adesso gli emiliani, a salvare le sorti del film che grazie a una intensa Ingrid Thulin non deluderà. Siamo alla fine degli anni '70 e anche per Montaldo si aprono le porte della Rai e del cinema per la tv. La nuova sfida è il kolossal, la biografia di un viaggiatore che molto gli assomiglia. Con sua moglie Vera, Giuliano parte per la Cina con Il Milione sottobraccio. Gli 8 episodi del suo Marco Polo (1982-1983) sono un fiore all’occhiello per la tv . Negli anni successivi ancora tante avventure: le battaglie politiche nell’Anac, il cinema letterario (Gli occhiali d'oro, 1987 e Tempo di uccidere, da Flaiano 1989), Il documentario militante (da L’addio a Berlinguer del 1984), le incursioni da attore (memorabile l'incontro con Nanni Moretti ne Il caimano, 2006), perfino la presidenza dei David di Donatello nel 2017. Per gli spettatori di oggi il volto e la voce di Giuliano sono familiari come se si trattasse di uno zio bonario. Merito di Francesco Bruni che lo ha voluto protagonista di Tutto quello che vuoi del 2017 con cui si è conquistato un David. Con il ruolo del poeta Giorgio Gherarducci, ha svelato la sua calda umanità.