Addio a Rondi, il decano del cinema italiano

23 Settembre 2016

Il critico e più volte direttore della Mostra di Venezia è morto a 95 anni. Fellini il regista più amato

ROMA. E’ morto, ieri a Roma, Gian Luigi Rondi. Aveva 95 anni. Decano della critica italiana, presidente dell'Accademia dei David di Donatello, felpato e inossidabile grand commis del cinema italiano, Rondi avrebbe festeggiato il suo compleanno il 10 dicembre con l'uscita in libreria delle sue “Lettere” dedicate ai maestri stranieri.

Figlio di carabiniere, nato per caso a Tirano in Valtellina il 10 dicembre 1921, cresciuto prima a Genova e poi a Roma, il giovane Rondi si innamora presto del cinema come il fratello minore, Brunello che sarà poi sceneggiatore e amico di Federico Fellini. Laureato in Legge alla Sapienza nel 1945, firma i suoi primi articoli sull'organo dei Cattolici comunisti Voce operaia e milita nelle formazioni partigiane nella Roma occupata. Il suo magistero critico si identifica presto nella politica culturale della Dc di stampo andreottiano, l'uomo a cui avrebbe fatto sempre riferimento, così come ai suoi direttori al Tempo. Attento interprete degli orientamenti cattolici, Rondi entrò spesso in collisione frontale con gli intellettuali della sinistra italiana: memorabile l'invettiva che gli indirizzò Pasolini, celebri le sue posizioni intransigenti in fatto di morale, meno noti i ripensamenti e i risarcimenti privati che il critico restituì nel tempo ad autori anche spesso duramente criticati come Antonioni a cui sembrava preferire la «chiarezza esplicita» di Pietro Germi. Giurato alla Mostra di Venezia già nel 1949 e poi in alcuni dei maggiori festival mondiali, la storia di Rondi si incrocia spesso con quella della Mostra di Venezia di cui è stato commissario, direttore, presidente in epoche diverse. Toccò a lui fronteggiare nel 1971 la contestazione dei registi italiani che gli organizzano un contro-festival veneziano in Campo Santa Margherita (le Giornate del Cinema italiano). Ma tocca a lui nel 1983 riprendere il testimone di Carlo Lizzani alla guida della Mostra, organizzando una spettacolare parata di Leoni d'oro alla carriera in cui seppe mettere vicino Kurosawa e Fellini, Bergman e Chaplin. Elegante e misurato nei gesti come nelle parole, sodale di Fellini anche nei vezzi (una candida sciarpa al collo per lui come per Fellini una rossa), amante del cinema italiano che nel tempo gli restituì un plauso alla fine unanime, Rondi era diventato un'istituzione prima ancora che un uomo.

Il suo film preferito rimane «La notte di San Lorenzo» dei fratelli Taviani, il regista prediletto Fellini «perché», diceva, «è quello che ha inventato un modo nuovo dell'arte». E dietro gli occhiali spessi, l'ironia a tratti pungente, celava una fragilità interiore e un pudore degli affetti cui non venne mai meno, nel rapporto coi figli e i nipoti, nel legame con la moglie Yvette, scomparsa quattro anni fa. «Non mi rassegno alla noia, al non far niente, alla morte», confessò una volta. «Nella mia vita sono stato moralista e non solo morale, di questo mi pento, ma in privato, non sono mai stato un tipo espansivo».

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