Addio Fratti, l’aquilano che con i suoi musical ha sedotto Broadway

16 Aprile 2023

Il drammaturgo che ha firmato “Nine” aveva 96 anni La biografa: le sue interviste sono atti d’amore per l’Abruzzo 

«Mario amava follemente il suo Abruzzo. Dopo il trasferimento a New York nel ’63, aveva conservato la sua casa in centro a L’Aquila, dalle parti del Duomo, per poi cederla alla cognata visto che non sarebbe più rientrato. La casa fu distrutta dal sisma 2009 e poi ricostruita. Fratti ha mantenuto il cordone ombelicale con l’Italia, alcune sue interviste sono atti d’amore per l'Abruzzo. Una figura importante, trattato con molto affetto in America, gli italiani invece hanno memoria corta e giusto a L’Aquila godeva di una certa attenzione. Il suo amore per l’Italia lo ha dimostrato anche con il premio da lui istituito nel 2014 e che porta il suo nome, l’Italian theater festival. Teneva molto a valorizzare gli autori italiani anche meno conosciuti e credeva molto nei giovani». Ricordi apparentemente alla rinfusa ma che seguono la logica del sentimento profondo nutrito per la terra d’origine dal pluripremiato drammaturgo e autore abruzzese Mario Fratti, nato a L’Aquila nel 1927, scomparso ieri nella sua casa di Manhattan.
A ricordarlo al Centro con aneddoti e curiosità anche inedite è Anna Maria Barbato, la sua biografa che fino a quando la malattia senile non ha avuto il sopravvento sull’autore di “Nine” (musical ispirato a 8 e ½ di Fellini, vincitore di 7 Tony Awards) ne ha raccolto dalla viva voce «vita e miracoli», ovvero l’intensa produzione culturale. Una biografia ponderosa che vedrà la luce, come già stabilito con liberatoria dello stesso Fratti, il 4 luglio, giorno in cui avrebbe compiuto 96 anni.
Le notizie che raccogliamo da Barbato sono varie e tutte interessanti. Per restare sull’attaccamento alle radici apprendiamo come Fratti avesse intenzione di scrivere una nuova commedia musicale in cui avrebbe rappresentato l’amore per l’Italia di un giovane italo-americano che aveva una moglie yankee e voleva convincerla di tutte le virtù e le meraviglie dell’Italia a dispetto dei molti pregiudizi di lei. Aveva sottoposto il soggetto a Nicola Piovani per farselo musicare, racconta la biografa e giornalista, il maestro romano però «finì per snobbarlo, considerando il tema estremamente esile e ingenuo. Se Fratti l’avesse presentato in America gli avrebbero messo i tappeti rossi», considera Barbato. «Mario», racconta ancora, «era l’uomo più ottimista e positivo che io abbia mai conosciuto, vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno, aveva immaginato un finale in cui lei sviluppa un grande amore per l’Italia come quello nutrito da suo marito, ma non se n'è fatto nulla». «Scrisse anche un’opera molto divertente, “Avventure erotiche a Venezia.Tangentopoli”, nel '96, in cui racconta una storia paradossale ma possibile: un personaggio politico si impadronisce di una cappella gentilizia nel cimitero di Venezia e lo fa diventare una sorta di postribolo, un posto per scambisti, specchietto per le allodole che lui usava per far arrivare il messaggio dell’estrema corruzione. Vero è che il giornalista Furio Colombo chiamava Fratti “l'ultimo comunista di New York”, in effetti il suo pensiero era molto moderno: nell’opera , alla spalle del politico (di cui Barbato non vuole svelare il nome, ndr) si raccontano i retroscena di Tangentopoli». Barbato tiene a ricordare della meravigliosa casa di Fratti , in affitto, in un posto nevralgico a poca distanza da Broadway e della sua passione per il palcoscenico. «Fino a tre anni fa Mario si recava tutte le sere a teatro e nei due mesi che sono stata lì per lavorare alla sua biografia mi trascinava puntualmente, pur non conoscendo io l’inglese, facevo finta fossero film muti ma comunque il senso arrivava».
Con il radiodramma “Il Nastro” nel ’61 Fratti vinse il premio Rai, che gli pagarono in denaro ma non fu mai trasmesso. «Parlava di fascismo e antifascismo , e credo che proprio con questi soldi partì per l'America. Scrisse anche un romanzo ambientato a L’Aquila, “Diario proibito”, vincitore del Capri Poesia». Infine la profezia. «Fratti frequentava molto la Russia in tempi di cortina di ferro e nella piazza del Cremlino una zingara volle leggergli la mano predicendogli che sarebbe morto a 99 anni e senza rughe». «In effetti», chiude Barbato, «aveva una pella liscia come da lifting».