Akbari è cresciuto e racconta la sua vita tra Afghanistan e Italia

11 Settembre 2021

Protagonista del best seller “Nel mare ci sono i coccodrilli” oggi presenta a Pescara il nuovo libro “Storia di un figlio”

PESCARA. «Essere al mondo è già un dono, esistere in questa immensità per me è un dono. Ci sono giorni belli che non ti aspetti e giorni bui, ma dobbiamo aspettare il domani. Mi sono sempre aggrappato a questo pensiero, vuol dire nutrire una speranza nel futuro». Enaiatollah Akbari è stato il bambino che, 12 anni fa, la madre fece fuggire da solo a piedi dall’Afghanistan per non ridurlo a schiavo. Un viaggio doloroso e durissimo attraverso sei Paesi fino ad arrivare in Italia, dove si è laureato e ha un futuro. Una storia forte, speciale (diventerà un film) raccontata nel libro diventato un caso editoriale internazionale, “Nel mare ci sono i coccodrilli”, oltre 600mila copie vendute, adottato da tutte le scuole italiane. Dieci anni dopo il racconto continua grazie allo scrittore Fabio Geda che ora raccoglie il seguito della storia vera di Enaiat – 31 anni, vive e lavora a Torino – in “Andata e ritorno. Storia di un figlio” edito da Baldini+Castoldi. Un racconto che procede con la sua storia famigliare tra Afghanistan e Pakistan negli anni della guerra al terrorismo, in parallelo con quanto ancora accade oggi in quel martoriato lembo di mondo. Questa sera alle 21, arena del porto turistico di Pescara, la presentazione del libro con il protagonista, Enaiatollah Akbari, organizzata con Fla Festival di libri e altre cose.
Enaiat, 11 settembre è una data particolare.
«Venti anni fa c’era la guerra civile in Afghanistan ma prima di quella data esatta il mondo non sapeva della sofferenza di quella gente, carestie e arretratezza. Con l’arrivo dell’Occidente si è accesa una speranza di salvezza, il mondo si è accorto dell’Afghanistan, per un po’ gli afghani hanno sognato di essere uguali al resto del mondo, non si studiava più solo il Corano, la libertà di scegliere cosa studiare. Nel frattempo è cambiato il mondo, è cambiato lo sguardo degli afghani, consapevoli di poter dare un contributo di progresso. Dopo vent'anni quella speranza è diventata un’illusione, svanita. L’incubo, poi il sogno, ora di nuovo nell'incubo».
Come guarda al suo Paese?
«Mi fa male vedere che la storia si ripete, l’immagine di quella madre di Kabul che lancia il piccolo figlio al soldato americano senza sapere che fine farà il bambino, importante che si salvi, che viva. Magari in quel momento aveva bisogno di essere allattato, preso in braccio e stretto al petto ma la situazione è talmente tremenda che la disperazione porta ad allontanare il proprio figlio per dargli la salvezza. I talebani dicono di voler cambiare ma non è cambiato niente».
Qual è il suo messaggio?
«Questo libro è la testimonianza che può dare un Paese dove sono garantiti sicurezza, lavoro, istruzione. Quando sono arrivato in Italia, non sapevo leggere né scrivere il mio nome né in italiano né in afghano né in inglese, ero analfabeta. Qui in Italia ho capito che l’istruzione è un diritto e un dovere, un privilegio che ho fatto mio con impegno, solo in un Paese libero c’è possibilità di cambiamento, sotto un regime è impossibile».
Si è laureato in Sociologia dello sviluppo, con i suoi libri è coinvolto nella divulgazione di quanto accade nel suo Paese, quanto crede nel futuro?
«Oggi sono intermediario tra due mondi diversi con la consapevolezza di poter migliorare le cose. Credo tanto nelle nuove generazioni, loro sono il futuro. Se insegni loro qualcosa di buono domani questo tornerà a vantaggio dell’umanità».