Alessandro Haber festeggia 70 anni «Non faccio bilanci»

Prima nazionale de “Il padre” di Florian Zeller «Tanti scontri in vita mia, ma so chiedere scusa»
MASSA. Chiede di poter fumare e si accende tre sigarette una di fila all'altra, Alessandro Haber, 70 anni oggi 19 gennaio. Li festeggerà con una prima nazionale al teatro Guglielmi di Massa, dove interpreta “Il padre” di Florian Zeller, domani e sabato 21.
Si fa scattare qualche foto e sceglie quelle venute meglio da pubblicare: «Mi piace questa, dove gesticolo. Vorrei stamparla». Poi è un fiume in piena di pensieri, parole, vecchie battute di film, ricordi: passa dagli esordi, al cinema fiorentino, i premi ottenuti, i grandi maestri, il suo caratteraccio, il sesso, la morte.
Chi è il vecchio Andrea de “Il padre”?
«Un padre malato di Alzheimer, un personaggio tragicomico, che inizia a perdere la memoria, a scollegarsi poco a poco con la realtà e nel suo perdersi diventa ridicolo; si ride molto nello spettacolo e alla fine si soffre atrocemente. Il pubblico sta dentro di me che ho l'Alzheimer; la grande intuizione sta nel mostrargli ciò che vedo e sento io, mia figlia senza riconoscerla, un'età che non mi appartiene; poi freddure e cinismo, prima sono un bambino, poi strabordo di lucidità e vedo gli altri intorno a me non capirci nulla e sono io che dico loro: fatevi curare».
Ha paura della malattia?
«Ho paura della morte. Non mi sento vecchio, me ne accorgo solo quando mi guardo allo specchio; il teatro è magnifico, mi permette di rimanere sempre con i miei giocattoli. La mia età, però, è quella che è, e una riflessione sulla morte viene naturale. È che mi dispiacerà quando arriverà quel momento; mi vedo immerso nel grigio eterno; immagino un regista che ha voluto giocare con noi, e poi il nulla».
Come ha scoperto il testo di Zeller?
«Me lo ritrovai sulla scrivania qualche anno fa. Lo lessi, forse distratto. Stavo lavorando ad altro, avevo troppi pensieri. Non mi fece una grande impressione. Me lo riproposero qualche tempo dopo e ricordai di averlo già avuto sotto mano. Mi piacque. Decisi di creare Andrea, l'ho amato subito. Il teatro non è come il cinema, dove il tuo successo dipende anche dagli altri. Qui ci sei solo tu che devi dare colore alle cose. È una creazione. Così ho creato Andrea».
Come si è preparato a questa parte?
«Io non mi preparo mai. Faccio incazzare registi e colleghi perché non so mai la parte fino al giorno prima; ho un pessimo carattere, gli scontri con la compagnia sono la prassi; però so chiedere scusa. Credo nella verità, il perfezionismo recitativo mi fa cagare, lo scriva grosso. A un certo punto so come occupare lo spazio, so chi devo diventare. Forse è un dono, non so. Preparare un personaggio è come un preliminare nel sesso. È quello l'eccitante, poi arriva l'orgasmo, certo, ma a quel punto il bello finisce, il personaggio è pronto, è finita. La mia è una malattia, una droga. Non ho mai nessuna sicurezza, ancora me la faccio sotto a ogni spettacolo. Ma poi, quando salgo sul palco, non ce n'è più per nessuno».
Il teatro è tutto esaurito, i massesi si svegliano alle sei di mattina per trovare un posto. Se lo aspettava?
«È bellissimo, è un miracolo. L'idea che la gente abbia così tanta fame di cultura quasi mi impaurisce. Non ci siamo abituati. Oggi vedo intorno a me soltanto troppi telefonini, sono preoccupato per questi giovani, anche per mia figlia. Non si mettono in gioco».
Consiglierebbe ad un giovane di fare l'attore?
«Solo se avesse talento. Questo sconosciuto. Oggi i giovani vogliono fare gli attori per apparire, per avere successo. Ma non si programma».
Sta per compiere settant'anni, è tempo di bilanci?
«Mai. Fateli voi: i miei esordi, i miei premi, i tempi bui, che sono stati tanti, i grandi con cui ho lavorato; l'Arlecchino, che nessuno voleva più interpretare dopo che Strehler decise di recuperarlo, donandogli una vita più longeva di quella del suo creatore e che interpretai per la prima volta senza maschera e senza il vestito a scacchi colorato; il cinema che mi ha fatto conoscere al grande pubblico; quando sembra che ti abbiano dimenticato tutti e poi arriva quella telefonata. Quando ancora ti fermano per strada e ti dicono: “Non dovevi andare in Germania”, ricordandosi di te, davanti alla tomba della tua “impareggiabile moglie Adelina. Impareggiabile troia” in “Amici miei, atto II”».
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