Alessio Boni è Ludwig: «Il mio Beethoven non ha peli sulla lingua»

L’attore in scena a Pescara con “La musica nel silenzio” Libetta suona le partiture più celebri del genio di Bonn
PESCARA. «Un Beethoven intimo, anziano, afflitto dalla sordità, che parla di se stesso a cuore aperto in una sorta di analisi col pubblico. Lui già a trent’anni inizia a non sentire, ma creerà capolavori non sentendoli. Non sentiva nemmeno gli applausi e allora gli spettatori alla fine dell’esecuzione sventolavano fazzoletti bianchi perché lui potesse vedere il loro apprezzamento. Amore, odio, dicotomie personali, il rapporto con le donne, c’è tutto questo nello spettacolo». Alessio Boni, grande e appassionato interprete di teatro, cinema, fiction tv, racconta al Centro la sua visione del gigantesco compositore tedesco, impersonato nella pièce “Ludwig - La musica nel silenzio”, un concerto di parole con Boni voce recitante e Francesco Libetta al pianoforte per l’esecuzione delle partiture più celebri del genio di Bonn (1770 -1827). Lo spettacolo aprirà al teatro Massimo di Pescara sabato 4 dicembre alle 21 il cartellone teatrale “Rinascita” allestito da Baltimora Production. Testo di Bianca Melasecchi, ideazione di Filippo Michelangeli.
Boni ha portato al debutto “Ludwig – La musica nel silenzio” per il 250° beethoveniano: «L’anno scorso è stato un compleanno un po’ mancato, come altre ricorrenze del 2020. Ma se ce lo chiedono siamo pronti a portare avanti questo spettacolo per vent’anni (ride, ndc). Beethoven rivanga in flashback la sua vita, la carriera, le idiosincrasie, il rapporto col padre, coi fratelli, col nipote Karl, alla cui istruzione si dedica ma che non ha la sua stessa vocazione per il pianoforte. È un Beethoven che parla di sé senza peli sulla lingua, accompagnato dalle composizioni più famose, le Sonate per pianoforte, Al chiaro di luna, Per Elisa, la Patetica, e Ouverture e Sinfonie trascritte per piano, l’Eroica, la Pastorale, la Corale, fino all’apoteosi della Quinta, affidate un musicista sublime quale Libetta. Anche Bianca Melasecchi ha fatto un lavoro straordinario di scrittura».
Le restrizioni per lo spettacolo dal vivo hanno costretto, alla ripresa, a un ridimensionamento, anche economico: monologhi, letture con musicisti, zero scenografie. Ciò ha permesso però di dare più profondità a storie e personaggi?
«Ho sempre portato in scena concertati a due, letture con musicisti. Per ripartire dopo il lockdown non si potevano fare spettacoli costosi, con tanti attori e tanti giorni di prove, scenografie, costumi. Mettere in moto una simile macchina produttiva avrebbe significato non riuscire poi a ripagarsi, con le limitazioni poste alla capienza di pubblico. Volevamo tornare a teatro però. Siamo andati su lavori snelli, senza scenografie, senza tante luci, pochi costumi. Essenziale era portare avanti le storie, i racconti, e invogliare la gente a tornare a teatro, per conoscere quanto anche i personaggi più grandi abbiano sofferto per arrivare poi alla rinascita. Siamo tornati alla magia del racconto. È una prerogativa dell’uomo ascoltare storie. Ragionare sull’essere umano, è questo il teatro. Dai grandi c’è sempre da imparare. Beethoven ha composto le cose più belle da sordo, e questo colpisce».
È più attratto dai personaggi reali o da quelli di fantasia?
«Vengo attratto da un carattere, una forza del personaggio, una dicotomia che ha dentro. Scelgo i personaggi di pancia, mai per calcolo, mi deve arrivare un cazzotto nello stomaco. Del poliziotto Matteo Carati di “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, personaggio totalmente scritto da Rulli e Petraglia, mi ha colpito la febbricità che aveva dentro. Certo, se ti propongono Caravaggio, che volevi interpretare da quando eri all’Accademia, come fai a dire di no? Il principe Bolkonskij di “Guerra e pace” che avresti voluto fare al liceo, Ulisse, un infinito, Walter Chiari, un numero 1, tutti personaggi con quel qualcosa in più che mi intriga».
È stato così anche per il “bastardo”, il docente di conservatorio della serie Rai “La Compagnia del Cigno”?
«Tolga pure le virgolette. Lui dice cose giuste, ma è spigoloso, incazzoso, è esigente, è un esempio di rettitudine. Insegna agli allievi la durezza della competizione, che uscendo dal microcosmo protetto del conservatorio troveranno nel mondo della musica. Vede come difendo i miei personaggi? (ride, ndc)».
Ha avuto grandi maestri, da Costa a Ronconi. Quali insegnamenti si porta dentro?
«Tutti, Costa, Ronconi, Strehler, Peter Stein, la signora Cavani hanno in comune questo insegnamento: non pensare mai di essere all’altezza del personaggio: umiltà e un passo indietro. Studia, cerca di evocare il personaggio. Devi dimenticare te stesso, la tua etica, non devi giudicare il personaggio. Per interpretare un assassino devi amarlo, capire cosa pensa, devi eclissarti, crederci totalmente. Se così non è non ci crederà nemmeno il pubblico».
Sta vivendo una paternità adulta. Ha cambiato il suo sguardo di attore?
«La paternità è magnifica, stupenda. Ha cambiato il mio fuoco di uomo. Avrà cambiato anche il mio modo di essere attore, magari questo potrà dirlo il pubblico. Sono più rotondo, più Alessio, più completo rispetto a tre anni fa».