«Amava, tradiva, affascinava era Quasimodo, mio padre»

6 Aprile 2018

Alessandro racconta il poeta premio Nobel Salvatore tra vita quotidiana e arte «Pativa la fame e scriveva versi, scioperò durante il fascismo e fu licenziato»

VASTO. «Una delle prime foto di Salvatore Quasimodo risale a quando aveva tre anni. Imbronciato. Tutti allora a dire che i poeti hanno il broncio nel Dna altrimenti non potrebbero scrivere versi. In realtà era arrabbiato con la mamma che lo aveva vestito da fraticello: un voto per essere sopravvissuto, dopo una lavanda gastrica, ad un preparato con arsenico per curare la malaria. Altro che broncio! Semplicemente un bimbo vivace che non aveva saputo resistere alla tentazione di assaggiare il contenuto della bottiglietta tenuta nel mobile dal padre e poi punito».
È un viaggio alla scoperta dell’uomo e del poeta quello che il figlio Alessandro propone in occasione del debutto dei Giovedì Rossettiani. La decima edizione si è aperta, ieri, a Vasto, Palazzo D’Avalos, con un omaggio a 50 anni dalla morte, al Nobel per la Letteratura del 1959. La rassegna organizzata dal Centro europeo di studi rossettiani diretto da Gianni Oliva, con il Comune di Vasto, la Biblioteca Mattioli, il Teatro Rossetti e Palazzo D’Avalos ha per tema “Scenari diVersi, poesia a teatro” e ospiterà anche Franco Arminio, Edoardo Leo, Lino Guanciale e Giorgio Pasotti. Regista, attore, poeta, Alessandro Quasimodo ha ripercorso la vita di suo padre nel recital “Quasimodo operaio di sogni”. Ha presentato, tra l’altro, un filmato inedito della consegna del Nobel. «L’orazione nella quale si allude al tragico sentimento di vita delle sue poesie è in Italiano, non nella lingua ufficiale dell’Accademia, un fatto insolito. Sia il segretario del Premio che il re di Svezia conoscevano perfettamente la nostra lingua. Quello che il sovrano disse a mio padre nel momento della consegna del riconoscimento, resterà un mistero per sempre» racconta. «Si rese conto che poteva scrivere versi quando cominciò a patire la fame, andato via da casa giovanissimo e approdato nella capitale. Commesso di un negozio di ferramenta, studente di Agraria, disegnatore, impiegato alla Rinascente scioperò quando le leggi fasciste lo impedivano e la sua carriera nel grande magazzino finì tra i carabinieri a cavallo. Anche questo è Quasimodo, così come scrive di sé in uno dei suoi pochi testi in prosa che ci sono rimasti», ricorda.
«A volte la critica legge nelle poesie ciò che non c’è, inventa storie da fotoromanzo: nella descrizione di Tindari, uno dei suoi luoghi del cuore, c’è chi ha visto addirittura una donna che lo aspetta. Robe dell’altro mondo», sorride. «Il poeta, secondo mio padre, è un uomo del suo tempo, non si arrocca nella sua torre d’avorio. Scriveva che la nascita di un poeta era un atto di disordine, mentre la poesia un atto di fede in quello che l’uomo fa. La sua posizione spirituale e morale era questa», aggiunge.
«Quando Milano fu bombardata nell’agosto del 1943, vide il cielo tinto di rosso da Bergamo, dove era con mia madre. Tornato in città scavò a mani nude tra i resti della casa distrutta alla ricerca di ricordi, foto, di qualcosa. Quando si vive una tragedia tanto intensa mancano le parole, come sintetizzerà nella lirica “Alle fronde dei salici”», racconta ancora.
È un racconto che spazia tra produzione poetica e giornalistica e ricordi. «Un professore organizzava serate a casa sua. Suo ospite, mentre parlava di sé come se la sua vita fosse un romanzo, raccontando della moglie, dell’amica della moglie e della figlia avuta da lei, affascinò una meravigliosa e straordinaria creatura, Maria Cumani, mia madre. Riaccompagnandola a casa, passò per lo zoo di Milano e un leone ruggì: un segno del destino per lui, che lo metterà in versi. Sotto casa la chiamò Angelo e lei si innamorò della testa, del mondo di Quasimodo. Lui invece scoprì l’amore vero. Dopo anni trascorsi a fare la cosiddetta ginnastica da camera con le vedove bianche di guerra e dopo aver messa incinta l’amica della moglie che aveva, a quanto pare, un marito impotente, si innamorò. Mia madre lasciò tutto per lui. “Cara ti amo, fuori non ci sono che ombre”, le scriverà dopo l’ennesimo tradimento. Questo era mio padre, quello che mi bacchettava anche per la punteggiatura» conclude.
I Giovedì Rossettiani dalla prossima settimana si sposteranno al Rossetti, ore 21. Sul palco il poeta Arminio che presenterà “Cartoline dai morti 2007-2017” (Nottetempo, 2017), Leo con lo spettacolo “Ti racconto una storia”(il 19), Guanciale con “Itaca” (il 26) e Pasotti con “Forza, il meglio è passato”(il 3 maggio). Biglietto €8.
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