Angelina Mango si racconta a Vanity Fair: non soffro i pregiudizi

ROMA. Angelina Mango si racconta a Vanity Fair (venerdì in edicola in abbinamento con il Centro), dopo il suo anno d’oro: la vittoria a Sanremo, l’Eurovision, il New York Times che la elegge stella...
ROMA. Angelina Mango si racconta a Vanity Fair (venerdì in edicola in abbinamento con il Centro), dopo il suo anno d’oro: la vittoria a Sanremo, l’Eurovision, il New York Times che la elegge stella nascente della scena internazionale e il disco d’esordio Poké melodrama che debutta in vetta alla classifica Fimi Album. Racconta le paure su cui sta lavorando, i successi, la scomparsa del padre, l’amore, l’ansia, il rapporto con il suo corpo e la sua generazione. «Avevo una convinzione: la mia storia era nota, il mio cognome mi precedeva. Negli occhi di chi mi conosceva per la prima volta leggevo il mio passato. Allora perché parlarne? Poi, ho capito che avevo qualcosa di inedito: la mia prospettiva. È una conquista recente». Classe 2001, famiglia di musicisti: il papà era Pino Mango, la mamma è Laura Valente, voce storica dei Matia Bazar, il fratello Filippo è batterista. «Non mi stupisce quando mi dicono che sono qui solo per il mio cognome. Ma chi mi ascolta non ha questo tipo di pregiudizio nei miei confronti. In casa era naturale parlare di musica, occuparsi di musica, vivere di musica. Io la respiravo». La prima reazione quando le è stato prospettato Sanremo è stata: «Non ce la farò mai». Nella serata delle cover scelse di portare La Rondine, successo di suo padre: a lui piacerebbe la sua musica? «Non voglio chiedermelo, sarebbe un lampo fine a se stesso e forse nocivo. La mia musica è distante dalla sua, dai suoi gusti, è indubbio. Tengo lontano anche l’affanno di essere all’altezza di ciò che mi ha trasmesso». Con il suo aspetto fisico ha un rapporto complesso. «Questo mestiere mi porta ad avere un contatto continuo con la mia immagine. Non sono una campionessa di autostima, per cui è difficile».