Angelucci: «Dal Bardo a Fante, così racconto l’Abruzzo dell’emigrazione»

Il regista lancianese, anima del Teatro del Sangro, dagli esordi con La Ballata di Romeo e Giulietta ai successi in terra argentina con Tanos alla nuova avventura con Arturo lo Chef in Sud America
«Senza l’Abruzzo non saprei cosa dire e cosa raccontare a questo punto della mia esperienza artistica». Stefano Angelucci Marino, racconta storie della “sua” terra e della “sua” gente già da tempo. Quando con il suo Teatro del Sangro presenta a Elbasan, in Albania, lo spettacolo italo-albanese da lui scritto e diretto “La Ballata di Romeo e Giulietta”, canovaccio di commedia dell'arte tratto da Shakespeare che racconta la storia di due famiglie di emigranti, abruzzesi e albanesi, nella Verona di oggi.
Dal Bardo inglese a John Fante, un cambio di scrittura epocale, per raccontare dei “Tanos”, italiani – e abruzzesi –emigrati in Argentina negli anni Cinquanta, un sogno a occhi aperti fino all’impatto con la condizione di “desarraigo”, lo sradicamento dall’identità di appartenenza che impedisce l’integrazione piena nel “nuovo mondo”.
E ancora dalla scrittura comica e surreale di Fante, Stefano trae nuova linfa per raccontare di “Arturo lo Chef in Sud America”. Arturo, giovane abruzzese di Villa Santa Maria, conosciuta come patria dei cuochi, che sogna di diventare un grande chef, arriva a lavorare a Los Angeles, e di delusione in delusione a Buenos Aires, convinto di aprire un ristorante italiano tutto suo. Un altro sogno destinato a infrangersi contro l'emarginazione e il disprezzo che accompagnano le storie di emigrazione.
Come già “Tanos”, “Arturo lo chef”, monologo teatrale, diventa una produzione del Teatro Stabile d'Abruzzo e gira a pieni motori nei teatri gestiti dalle associazioni italo-argentine. Lo scorso agosto e poi a novembre “Tanos” realizza due tournèe in Argentina in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires, il Consolato generale d’Italia di Rosario e il Comites di Rosario.
Le città toccate dallo spettacolo sono Buenos Aires, Mar del Plata, Berazategui, San Lorenzo, Rosario, Casilda, Galvez, Canada de Gomez, Paranà, Santa Fe, Corrientes, Formosa e Asuncion (Paraguay). Accoglienza altrettanto virale sarà quella che attende “Arturo lo Chef in Sud America” il prossimo agosto in America Latina.
Prima nazionale in patria, a Lancianoieri poi due fine settimana di repliche a Pescara dal 6 al 15 aprile, ospite del Piccolo Teatro Guascone.
Prodotto dal Tsa, Teatro Stabile d’Abruzzo, progetto scenico, testo e regia portano la firma dello stesso interprete Stefano Angelucci Marino, collaborazione a testo e regia, di Rossella Gesini, sua compagna d’arte e di vita, musiche originali di Giovanni Sabella, scena di Filippo Iezzi, tecnico luci e suono di Tony Lioci (info e prenotazioni 3409775471).
Stefano, cinque volte Fante in quattordici anni e oltre cinquecento repliche per “Arturo lo Chef”. Un record personale, d'altronde Fante è poco sfruttato drammaturgicamente.
“Arturo lo Chef in Sud America” è il sequel di “Arturo lo chef”, lo spettacolo che più mi ha dato riconoscibilità. È un personaggio che funziona, ho deciso di farne la versione 2.0 portandolo in Sud America, quest'anno lo ambienteremo a Buenos Aires, la ciudad de todos los argentinos.
Un punto fermo dei suoi spettacoli è la presenza della maschera, anche quando non è materializzata. Arturo lo Chef è un personaggio della “sua” commedia dell'arte?
Proprio così. Arturo si gestisce come una maschera, nel lavoro del corpo dell’attore e nell’utilizzo dello spazio scenico. L'attore non parla, ha un codice di comportamento suo proprio. Questa maschera da me creata ha vinto il Testival di teatro Ragazzi di Padova diretto da Lele Luzzati, nel 2005.
Una maschera dietro la quale respirano storie vere, drammi, illusioni. Chi è Arturo lo Chef?
È l'invenzione che mi ha fatto essere quello che sono, a teatro e fuori. Non a caso ho voluto farne il sequel. Arturo non è tanto la storia di un ragazzo in cerca di affermazione. È soprattutto il rapporto tra padri e figli. “Arturo lo Chef” è stato applaudito dal pubblico più diverso e di ogni età, scuole, comunità, istituti alberghieri. E tutti nei commenti del dopo spettacolo si dicono colpiti dal confronto-scontro generazionale.
C’è dentro qualcosa di suo personale?
Ci ho riversato il rapporto burrascoso con mio padre. Il rapporto padre-figlio non è una cosa semplice. Come tanti genitori anche mio padre era contrario alla mia scelta di fare teatro, avevo lasciato a metà il corso di laurea in filosofia. Da imprenditore quale è stato, non ne vedeva lo sbocco economico. Forse oggi, insieme con mia madre, ha capito che quando si è disposti a fare sacrifici per ciò che si sente di voler fare, si è nel giusto.
Fare teatro a Lanciano è difficile?
Attualmente è più complicato, prima più semplice. Il Teatro Studio, il nostro teatro, aveva uno spazio privato, la collaborazione con l'amministrazione comunale era più stretta. Dallo scorso ottobre siamo dovuti andare via per problemi di affitto, ma abbiamo trovato a pochi chilometri di distanza il teatro comunale di Treglio che ci ha spalancato le porte. Questo ci permette di mantenere il rapporto con la città, quello con le istituzioni invece è zero. L'Abruzzo è una delle regioni italiane più disattente alla cultura, c'è da vergognarsi del paragone con le somme investite altrove. In Abruzzo si finanzia pochissimo e in maniera molto discutibile.
Il territorio è necessario alla vostra attività? La produzione Tsa dei vostri spettacoli è stata determinante?
Senz’altro un’occasione diventata opportunità artistica, scambio progettuale di carattere internazionale. Per me la consacrazione dopo venticinque anni di teatro, un orgoglio e un vanto. Siamo pronti a spostarci, certo, almeno per un mese e mezzo lavoriamo all’estero ogni anno. Negli ultimi tempi abbiamo costruito rapporti stabili con le istituzioni in Sud America, curiamo laboratori e incontri culturali con la gente del posto, argentini nativi e italo-argentini, centinaia di persone interessate alla cultura e alla lingua italiana.
Un episodio da ricordare?
Bellissime emozioni durante l’ultima tournée al Nord del Paese, el interior, lontani 1200 chilometri da Buenos Aires, almeno dieci ore di pullman. Con le lacrime agli occhi i conterranei hanno esclamato: “da quanto tempo non parliamo con un abruzzese!” Poi c'è la ferita profonda dei desaparecidos, ogni famiglia ha un nervo scoperto su questa dolorosa vicenda e quando arriva quel momento in “Tanos”, è un colpo al cuore.
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