Annapaola Vellaccio, il teatro nel Dna «La famiglia è una certezza tra poche»

Da «sorellina piccola» dei fondatori del Florian a Pescara ad attrice «intensa ed estrosa» per la critica «In scena mi lascio vivere dai personaggi che interpreto, sono nel flusso delle cose che faccio»
«Sono “la nostra sorellina”, giochiamo?». È Annapaola piccina, dietro la porta della camera dei fratelli che studiano, ormai adolescenti: Giulia (allora ancora Annalisa) e Massimo Vellaccio, i fratelli del teatro contemporaneo d’avanguardia a Pescara, fondatori, giusto trent’anni fa, del Florian Espace nel vecchio forno di via Valle Roveto. Una fabbrica di cultura e ricerca a getto continuo che ha fatto della città adriatica un punto nevralgico nel circuito dello spettacolo dal vivo in Italia. Annapaola è cresciuta così, ammirando l’esperienza dei fratelli maggiori, imparando e mettendo da parte. Naturale, quasi scontato, che anche “La nostra sorellina” («come loro mi chiamavano, tanto da convincermi che fosse il mio vero nome») ne seguisse le orme. Ma dopo lo svezzamento importante sotto la guida di Gian Marco Montesano, il regista co-fondatore con i Vellaccio del Florian, il percorso di Annapaola procede in tutta autonomia dalla casa madre, il Florian, rimasto negli anni l’approdo sicuro dove riportare le esperienze maturate nella Capitale. Dove Annapaola è diventata attrice protagonista di spettacoli firmati da registi come Collovà, Manfrè, Marini, Frattaroli, Arcuri, Scaparro, Di Marca, Baliani. Un’interprete intensa, estrosa, straordinaria, così ne riporta la stampa nazionale. Un’attrice che vive oggi la piena maturità con determinazione, coinvolgimento e la tenerezza di sempre. Tre spettacoli sotto mano, un periodo per lei decisamente impegnativo. «Abbastanza, sono in fase creativa. Ho le prove del nuovo spettacolo di Pippo Di Marca “Teatrum Mundi Show”, una summa della poesia occidentale da Cavalcanti al Novecento, un flusso lirico di testi in prosa e versi teatralizzato. Dove sono l’unica voce femminile. Siamo in fase di montaggio dello spettacolo, che non è teatro tradizionale. Sono testi detti, non letti, la suggestione in più è data dal teatro. Debuttiamo dal 20 al 26 marzo a Roma, Teatro India, e la settimana dopo avremo due repliche a Pescara, al Florian».
Un altro lavoro che l'ha vista protagonista nei giorni scorsi a Pescara per festeggiare il trentennale del Florian, è “La chiave dell'ascensore” per la regia di Fabrizio Arcuri, di Agota Kristof, pezzo di teatro crudo, nero, sul rapporto a due che può diventare eccesso, accecamento, prigione.
«È un monologo della scrittrice ungherese Agota Kristof, una scrittura severa, mai una parola di troppo. La donna arriva a farsi annullare da una malintesa forma di amore, è vittima ma non perde la propria identità. Nel racconto teatrale si inizia come in una favola e senza vittimismi si scivola verso l’annientamento. Una condizione molto attuale”». C'è anche “Inverno”, uno dei testi più noti del drammaturgo norvegese Jon Fosse, spettacolo nato da un progetto del regista Vincenzo Manna con lei, prodotto da Florian Metateatro. Spettacolo che ha avuto già molte repliche nazionali. «Sì, e sarà ripreso nella prossima stagione. Qui l’Uomo e la Donna sono diventati due donne. È l’inverno di una ragazza sbronza e mal vestita (interpretata da Flaminia Cuzzoli) e di un’anonima donna in cappotto, interpretata da me. L’iniziale incomunicabilità cede a una tenera e dolorosa storia d’amore. Dal gelo dei sentimenti spunta un incontro che può cambiare la vita, rimetterla in discussione: sotto il ghiaccio, la coltre dell’abitudine, c’è il fuoco, il rispondere alla propria vita. È questo il senso ultimo del lavoro».
Come si ritrova nei personaggi che interpreta?
«Mi lascio vivere da loro, sono nel flusso delle cose che faccio. È difficile cercare il senso della drammaturgia contemporanea, dove il non detto prevale sul detto. Le battute sono monosillabiche, per l’attore è una prova: entri come in un tunnel, il testo è la punta dell’iceberg e tu devi far emergere tutto quanto sta sotto, il vissuto, il non detto. E nel non dire si avverte tensione. Nella drammaturgia post pinteriana il linguaggio si scarnifica, si disintegra. Si comunica tra le righe. Tutto diverso da un Pirandello: con una buona lettura lo hai già recitato, in quella scrittura c’è già una regìa. Qui invece il dialogo è sfilacciato, si vive in una bolla. È il dramma contemporaneo di non riuscire a dire le cose, andare verso gli altri. Nella tragedia greca c’era il coro che commentava, ora siamo più singoli, rarefatti, soli, incomunicabili».
Come ha vissuto i trent'anni del Florian?
«Ricordo la telefonata di Giulia e Massimo quando trovarono lo spazio che sarebbe diventato il Florian, avevo 19 anni e stavo sostenendo gli esami di maturità. Passammo l'estate a ripulire quel posto da polvere e regnatele. Giulia ha sempre avuto un ruolo trainante anche per noi fratelli, sempre entusiasta, propositiva, una che non molla. Per me il Florian continua a essere un luogo di arrivo e partenza, un luogo aperto e attivo, uno spazio per mettersi alla prova. Importante non solo per noi. Il contributo culturale alla città c’è stato, alla festa del trentennale hanno partecipato in molti da ogni dove».
Con Giulia Basel è stata impegnata di recente in Croazia con “Sei donne appassionate” di Mario Fratti per la regia di Vincenzo Manna, co-produzione tra Florian Metateatro e Dramma italiano di Fiume.
«Un’esperienza entusiasmante vivere dall’altra parte dell’Adriatico, abbiamo riscoperto una pagina di storia e una condizione contemporanea che ci ha toccato. C’è una parte di Italia che vive fuori dal confine, basta passeggiare per le strade, tra i palazzi in Istria, per ritrovare l’impronta culturale italiana, veneta. La senti come una cosa perduta, che però c'è. I fiumani parlano il croato ma portano l’italianità con sé. Il senso del nostro progetto è stato mantenere vivo il rapporto con la comunità italiana a Fiume, capitale della cultura 2020. L’unica cosa che mi è mancata nei due mesi è stata la mia gattina: si è ammalata improvvisamente ma ha aspettato che tornassi per morire. È stato un Natale di dolore..»
Quanto è importante la famiglia?
«È una delle poche certezze. Non ho avuto figli ma sono una zia a tempo pieno. Dei due gemelli di Massimo, gran bei ragazzi, Carlo si laurea in storia e Alessandro vuol fare l'attore, è estroverso, ha attitudine alla comunicazione, io lo assecondo e gli dico che deve impegnarsi. Chiara, figlia di Giulia, studia danza sin da bambina e studia al nuovo corso di laurea in design, a Pescara. Pur facendo scelte poco convenzionali, essere tutti uniti è stata una forza reciproca».
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