Anni di lavoro tra una poppata e l’altra a mio figlio. Con i tappi nelle orecchie

7 Maggio 2016

Simona Vinci, quanti anni di lavoro per questo romanzo? «Ci ho messo otto anni. Otto anni di immaginazione, studio, viaggi, ripensamenti. La scrittura per me è un processo intimamente legato alla...

Simona Vinci, quanti anni di lavoro per questo romanzo?

«Ci ho messo otto anni. Otto anni di immaginazione, studio, viaggi, ripensamenti. La scrittura per me è un processo intimamente legato alla vita. Dunque il lavoro di scrittura è stato condizionato anche dal fatto di cambiare nel frattempo tante case, tante vite e mettere al mondo un figlio. Il grande rush di scrittura finale, che è stato un atto di volontà disperata di farcela, è avvenuto nei mesi subito dopo la nascita di mio figlio, nel 2012. Senza l'aiuto di mio marito non ce l'avrei fatta».

Una mamma che scrive: si può fare?

«Scrivevo con i tappi nelle orecchie, nelle pause tra una poppata e l'altra. Dentro volevo metterci tutto, forse troppo: romanzo noir e storico, ghost story, reportage, memoir e poesia. Alla fine credo di essere riuscita, grazie a un grandissimo e lungo lavoro di editing (con il mio editor storico Severino Cesari, che ha una capacità d'ascolto incredibile) e decine di riscritture, a tessere l'arazzo che volevo. Anche impuntandomi con l'editore perché fossero mantenuti tutti i fili narrativi».

C’è tanto di lei nella “Prima verità”?

«Tantissimo. Ma l'io che parla, come sempre in letteratura, è un io letterario. E credo che non sia in fondo tanto importante per un lettore sapere cosa e quanto c'è di verità vera, perché la verità è il libro».

Il Monaco e gli altri: personaggi inventati?

«Molti dei personaggi di questo romanzo (tutti a dire il vero) sono ispirati a persone realmente esistite e delle quali ho trovato traccia in cartelle psichiatriche o documentazioni varie. Stefanos, il poeta dissidente, è liberamente ispirato a Ghiannis Ritsos (uno dei miei amori letterari, per me i poeti contano di più dei romanzieri!). Il bambino Nikolaos nasce da una cartella clinica ritrovata a Leros, la diagnosi che riporto è quella precisa. Un bambino di sette anni che ha paura del buio ed è aggressivo: basta questo, nel 1968, per rinchiuderlo in un manicomio. E che manicomio! Angela stessa è basata sulla testimonianza di un operatore anonimo che prestò servizio a Leros come volontario negli anni ’90».

Dal suo esordio, con il libro "Dei bambini non si sa niente”, a oggi cos’è cambiato?

«Non credo di essere cambiata molto. Ho affinato certe tecniche, sono più consapevole dei miei pregi e dei limiti, come scrittore e come essere umano. Ma tengo anche viva la mia ingenuità verso la vita e la scrittura. Mi sento un testimone, sempre più mi sembra che sia questo il mio compito: parlare per chi non ha voce. E lasciarmi attraversare da storie che domandano di essere raccontate».

alemezlo

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