Appennino, la vita dopo il sisma in un documentario di Dante

TORINO. Il nuovo film del regista aquilano, Emiliano Dante, "Appennino", è stato presentato, ieri, in concorso al Torino Film Festival, nella sezione Italiana.doc. “Appennino” è il terzo ed ultimo...
TORINO. Il nuovo film del regista aquilano, Emiliano Dante, "Appennino", è stato presentato, ieri, in concorso al Torino Film Festival, nella sezione Italiana.doc. “Appennino” è il terzo ed ultimo capitolo della triologia che Dante, 43 anni, ha dedicato al terremoto, dopo "Into The Blue" e "Habitat – note personali", anch'essi presentati al Torino Film Festival, rispettivamente nel 2009 e nel 2014.
“Appennino” è un diario cinematografico che inizia dalla lenta ricostruzione dell’Aquila e prosegue con i terremoti che hanno sconquassato l'Appennino, dal cosiddetto sisma del Centro Italia in avanti. E' un racconto intimo e ironico, lirico e geometrico, dove la questione di vivere in un’area sismica diviene lo strumento per riflettere sia sul senso stesso di fare cinema del reale.
Emiliano Dante insegna Storia dell'arte contemporanea all'università dell'Aquila. Ha esordito come regista nel 2003, con la serie di cortometraggi sull’abitare “The Home Sequence Series”. Dopo altri corti, ha realizzato i documentari sulla vita postsismica “Into the Blue” (2009) e “Habitat - Note personali” (2014). Ha anche diretto il lungometraggio di finzione “Limen” (2012-13).
«Per gran parte dei giornalisti», dice Emiliano Dante, «il terremoto è l' evento sismico in sé, quindi il più bravo è anche quello che arriva prima. Per me, sia come documentarista che come persona che ha vissuto il terremoto in prima persona, il terremoto è soprattutto quello che succede dopo l'evento sismico: è la durata degli effetti del sisma. Tutti i miei film sul terremoto cercano di raccontare questo: aspetti peculiari nella lunga durata. In Appennino c'è un intreccio strano e sintomatico tra gli effetti nella lunga durata del terremoto aquilano e gli effetti nell'immediato dei terremoti pià recenti. Da una parte c'è l'inevitabile propensione a rintracciare punti di continuità, dall'altra c'è anche la consapevolezza che ogni evento, per quanto simile, resta un fatto unico e in sé irripetibile».
«“Appennino”», aggiunge il regista aquilano, «non è semplicemente un documentario sul terremoto. O meglio, è un film tanto sul terremoto quanto sul cinema del reale, sul senso di riprendere ciò che si vive. E senza dubbio dalle mie parti si vive il terremoto. Pare anche che negli ultimi anni l’Appennino si stia specializzando. Il che è una catastrofe, ma anche la possibilità di venire a contatto con qualcosa di molto profondo, se si riesce a cogliere l’esperienza nella sua complessità».