Aurelio Anselmo Grue l’ultimo dei grandi ceramisti

22 Marzo 2016

In un libro di Filipponi la storia del figlio del capostipite della dinastia di Castelli Interpretò i tempi nuovi attraverso una pittura piena di estro e di effetti speciali

di Giorgio D’Orazio

È il 1723 e c'è un filo che lega Atri e Castelli nel segno della secolare tradizione della maiolica. Carlo Antonio Grue «della Terra delli Castelli», l'autore che «si eleva su tutti gli altri come un gigante», come ricorda Emilia Calbi, detta al notaio il proprio testamento con cui divide le sue sostanze tra i figli. Tra loro c'è Aurelio Anselmo (1699-post 1759), «che fa professione della Pittura in mia casa» come Carlo Antonio precisa al notaio, a cui Fernando Filipponi ha appena dedicato una compiuta e voluminosa monografia, pubblicata dall'editore castellano Domenico Verdone (318 pagine, Eur 70) che ripercorre la vicenda personale e artistica di questo maestro e della «maiolica del Settecento fra Castelli e Atri».

Dopo le monografie di Francesco e Carlo Antonio Grue, edite da Andromeda e promosse dalla Fondazione Paparella Treccia-Devlet di Pescara - scrive Calbi nella sua introduzione al volume - la pubblicazione su Francesco Antonio Saverio del 2005 è venuta a completare la trilogia che Lucia Arbace ha dedicato ai principali esponenti Grue, quelli che più di tutti hanno contribuito alla tradizione ceramica di Castelli, adeguandola, con le generazioni, al mutare dei tempi e del gusto.

Il recente studio di Filipponi, presentato dalla Arbace, dedicato ad Aurelio Anselmo Grue, ricostruisce su questa scorta il profilo di un'altra personalità della celebre dinastia di ceramisti: una figura meno nota al grande pubblico a dispetto dell'altissima dignità artistica delle sue opere e della notorietà e del successo di cui godette presso i contemporanei. Il libro affianca, infatti, gli esiti di un'attenta indagine sui documenti d'archivio e quelli di una ricerca sistematica sui modelli a stampa utilizzati dal maestro maiolicaro che introdusse non poche novità sul fronte dei temi e dei soggetti rappresentati. Uno studio che ha il preciso intento di restituire un'identità ad un artista ancora poco considerato sia dagli studiosi locali che dagli specialisti del settore, come nota Calbi, sottolineando come Aurelio Anselmo fosse il figlio prediletto di Carlo Antonio, l'unico ad essere rimasto costantemente a fianco del padre nella sua casa e nella sua bottega, tanto che i passi del testamento paterno che lo riguardano «equivalgono ad un attestato di merito nei confronti del giovane erede, che dopo un rapido e felice apprendistato, doveva aver raggiunto una certa abilità, tale da consentirgli non solo di collaborare alle opere del padre, ma anche di eseguire lavori in proprio provvedendo così al proprio mantenimento».

La vicenda di Aurelio, abilmente rintracciata da Filipponi, viene presentata attraverso sei capitoli intervallati dalla riproduzione delle opere (è presente anche una puntuale integrazione al catalogo), che mettono in evidenza la capacità di questo autore di intendere le istanze dei tempi nuovi affermando la propria libertà attraverso una pittura piena di estri e di effetti speciali, in grado di rinnovare la tradizione dell'istoriato castellano mediante la messa a punto di nuove tecniche, nuove gamme cromatiche e nuovi temi, come nota ancora Emilia Calbi, pur muovendosi nell'ambito di un'attività artigiana praticata in centri periferici come Castelli e Atri. È in questa sensibilità cromatica e da questa sprezzatura esecutiva, secondo Calbi, che va riconosciuta l'originalità di Aurelio, il quale, emancipatosi dalla collaborazione con il padre e da quella avviata con il fratello Liborio dopo il trasferimento ad Atri nel 1725 circa, si orienta verso un pittoricismo sempre più dichiarato. «È merito di Filipponi aver identificato in alcune stampe di Marco Ricci (1676-1730) la fonte di queste nuove suggestioni che fanno decollare l'arte di Aurelio verso esiti imprevisti e per nulla scontati», scrive infatti Calbi.

Fernando Filipponi, laureato a Bologna dove ha conseguito il dottorato proprio con una tesi sulla produzione ceramica di Castelli d'Abruzzo, attualmente collabora con il dipartimento delle Arti dell'università di Bologna, con l'Université de Cergy-Pontoise e col Département des Objets d'Art del Louvre. Con questa ricostruzione della personalità artistica di Aurelio Anselmo Grue, Filipponi restituisce sapientemente un altro tassello della storia della maiolica di Castelli, all'interno della quale Aurelio Anselmo Grue si distingue, anche in virtù del personalissimo linguaggio espressivo.

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