Baglioni: «Ecco le mie 12 note per raccontare la nostra vita»

Il cantautore romano questa sera al teatro Massimo di Pescara in piano solo « È un’emozione diversa. Questo contatto diretto è un bisogno autentico»
PESCARA. Una dimensione intima, un rapporto con la musica e con il pubblico confidenziale, da vecchi e cari amici che si ritrovano, intatti nei sentimenti reciproci ma con la voglia di raccontarsi e accorciare le distanze. Spente le luci della festa televisiva per i 50 anni di carriera che è stato il programma evento su Canale 5 “Uà - Uomo di varie età”, Claudio Baglioni torna all’essenza. Il tour del cantautore romano nei teatri “Dodici note solo”, che vede lui e il piano sul palco, arriva in Abruzzo: questa sera a Pescara, al cineteatro Massimo alle ore 21. Tornerà poi il 17 marzo al Dei Marsi di Avezzano.
Gli artisti invocano arene e stadi dopo la lunga “astinenza” da live per pandemia. Lei invece sceglie di tornare a tu per tu con il suo pubblico.
È un’emozione diversa dal solito perché è un tipo di concerto che faccio ogni tanto. Ogni dozzina d’anni mi capita di fare un’esibizione da solo, quel che si chiama assolo, one man band, recital solitario; da una parte c’è da vincere una lunga inattività, dall’altra devo riappropriarmi della manualità e della concentrazione che occorrono per un concerto di questo tipo.
Come ha strutturato il concerto solitario?
Ho preso un pianoforte e l’ho diviso in tre, sono diventate tre tastiere, una delle quali è un pianoforte digitale-acustico, le altre due sono tastiere che si avvalgono di un’effettistica. Cerco di portare da solo un’orchestrazione fatta quasi di stati d’animo, di riverberazioni, di aggiunte, lontane però anche presenti all’orecchio degli ascoltatori. Io ho fatto diverse esperienze, tra l’altro questo format di “Dodici note solo” è quello che precede il “Dodici note tutti”, quindi con una grande orchestra, un coro lirico, la mia band e altri solisti. Diciamo che sono proprio gli estremi, tutti e solo.
E cosa vuole raccontare, esprimere, trasmettere?
Ho composto il palco anche in una dimensione spazio-temporale. I tre strumenti, oltre a rappresentare un tipo di sonorità differente, rappresentano tre momenti di un’esistenza: il passato, il presente e l’ipotetico futuro. Ci sono dei pezzi che sicuramente rimangono in un calendario oramai distante, altri che hanno avuto il passaporto del tempo e sono di nuovo attuali, altri ancora, e ce ne saranno diversi in questa performance, che invece sono molto meno usuali nei miei repertori. Per coloro che vedranno e ascolteranno questo concerto ci saranno in questo senso sorprese.
Come ha selezionato la scaletta del concerto?
Ci sono canzoni che io amo in maniera particolare, anche piuttosto complesse, e in questo c’è un senso di sfida, come “Fammi andar via” o “Un po’ di più”, ci sono anche certe canzoni fondamentali, quelle popolari, però gran parte del repertorio va a pescare in tempi vicini e lontani con canzoni come “Amori in corso”, mentre dell’ultimo album che è “In questa storia che è la mia” ci sono 5 o 6 titoli».
Come è andato, anche da un punto di vista personale questo periodo di lontananza dalle scene, dalle relazioni, dall’arte?
«Da una parte continuo ad essere un po’ confuso, nel senso che sto cercando di trovare delle soluzioni proprio di presenza, di attività. Stare lontano dalla musica – che all’inizio per me era un modo per non passare inosservato e cercare un riscatto nella vita, per cercare l’attenzione di ragazzi e ragazze miei coetanei – è stato difficile, duro. Mi è mancato il palcoscenico. Ho fatto diverse cose, a partire dal Teatro dell’Opera, poi questa tournée, sono tutti debutti, è una scelta voluta, non ci sono repliche, è proprio perché questo contatto diretto, quasi fisico, materiale, solido e intimo con la musica è un bisogno autentico».
Cinquant’anni di carriera, un successo dopo l’altro, tanti cambiamenti. Un bilancio?
«La musica mi ha dato tantissimo, mi ha dato la possibilità di vincere un’iniziale ritrosia ad essere così partecipe al mondo e alla vita di tutti, quindi a superare un po’ di timidezza e di introversione e tutt’ora di avere la voglia di continuare a fare questo lavoro che tanta strada mi ha fatto fare».
Forza ed entusiasmo sono gli stessi dei venti anni?
«A volte più che la forza è l’urgenza di fare qualcosa, di non restare con le mani in mano. Anni fa mi concedevo delle lunghe pause, poi ho scoperto con l’andare avanti del tempo e con l’avvicinarsi di un’età maggiore che c’è un bisogno di fare qualcosa, di esserci, non ci sarà sempre tanto da fare prossimamente, quindi anche in momenti così complessi, difficili, sia tecnicamente che umanamente, il fatto di agire con un atto di presenza è importante.