Bailey: «Un film di Bertolucci ha cambiato la mia vita»

Il direttore di fotografia premio Oscar vincitore dell’Esposimetro d’oro a Teramo «Ho deciso di fare cinema dopo aver visto tre volte di seguito “Il conformista”»
TERAMO. «Gianni Di Venanzo è stato uno dei più grandi autori della fotografia cinematografica. Se non fosse morto così giovane oggi sarebbe allo stesso livello di fama e riconoscimento di Storaro, Rotunno, Tovoli». Non ha dubbi il direttore della fotografia e regista John Bailey sul maestro teramano della luce, vincitore di sei Nastri d'argento, morto 46enne nel 1966 dopo aver illuminato i film di Antonioni, Fellini, Rosi e altre firme della settima arte. Allievo di un altro importante direttore della fotografia, Nestor Almendros, il 77enne cineasta americano conosce bene la storia del cinema, italiano in particolare. Ha illuminato oltre 70 film e ne ha diretti quattro. È stato direttore della fotografia per registi di peso, come Kasdan (Il grande freddo, Silverado, Turista per caso) e Schrader (Cat People, American Gigolo, Mishima, che gli valse un premio a Cannes). Fino ad agosto ha presieduto l’Academy, ente che assegna gli Oscar. Una moglie da 47 anni, Carol Littleton, montatrice candidata alla statuetta per “E.T.” di Spielberg. Onorato con l’Esposimetro d’oro alla carriera dal 24° Premio internazionale della fotografia cinematografica Gianni Di Venanzo, John Bailey ha accettato di slancio l’invito di Teramo Nostra, organizzatrice del festival. Ha ricevuto il premio sabato sera al Comunale. Nel fine settimana oltre a Teramo ha visitato Civitella del Tronto e Campli. «A metà anni Ottanta sono stato a L’Aquila alla Lanterna Magica, con Nestor Almendros, Gabriele Lucci, e Storaro, Rotunno, Tovoli. Con Lucci andai a Santo Stefano di Sessanio, non c’era nemmeno l’elettricità. In Abruzzo la pietra, i castelli, riflettono secoli di storia e di opera dell’uomo».
Mister Bailey, cosa l’ha colpita del cinema di Gianni Di Venanzo?
Ho visto “Salvatore Giuliano” di Rosi, con la sua fotografia, quando ero studente. Sono stato affascinato dal suo stile, dalla tecnica, ma anche dal suo lirismo ispirato al Neorealismo. Era pure molto bravo a comporre l’inquadratura. È difficile inquadrare scene dinamiche, come in “Otto ½” di Fellini. In film come “Le amiche" e “L’avventura” è evidente la forte influenza reciproca tra lui e Antonioni.
Che significa ricevere l’Esposimetro dal Premio Di Venanzo?
È speciale avere un premio intitolato a lui e nella sua città. Ho tenuto molto a essere qui, nella piccola città dove è nato un gigante come Di Venanzo. Non solo un onore, ma un’emozione particolare, perché avverti il senso di familiarità e comunità.
Allievo di Almendros, cosa le ha insegnato il maestro spagnolo?
L’uso della luce naturale. Che non era abituale a Hollywood. Ero cresciuto con registi della scuola della luce artificiale controllata. Nestor mi ha guidato verso la luce naturale. All’epoca una grande innovazione tecnica e di linguaggio. Ora, invece, le telecamere digitali possono riprendere con pochissima luce. L’uso della luce ha un impatto potente sulle emozioni che il film vuol comunicare. Nestor aveva la sensibilità di chiedersi: cosa vuole trasmettere il film?
Da studente ha viaggiato molto in Europa. È stato influenzato dall’arte del Vecchio Continente?
Ciò che ho assorbito dall’arte e dal cinema europei si è sedimentato dentro di me per uscire fuori nel mio lavoro. Sul rapporto con l’arte, la pittura soprattutto, ogni cinematographer (il direttore della fotografia, ndr) darà una risposta diversa. Almendros si ispirava a de la Tour, Storaro dirà Carpaccio, altri Rembrandt, tutti Caravaggio. Mi ha influenzato anche il grande pittore americano Edward Hopper.
E quale cinema ha amato?
Nouvelle Vague, Truffaut, Neorealismo, Antonioni, Rosi, Bergman, Fellini, Louis Malle per la sua umanità. Ho deciso di fare cinema dopo aver visto tre volte di seguito “Il conformista” di Bertolucci. Sono attratto dai film sulle relazioni umane, le relazioni romantiche, le famiglie in crisi.
Tra i film che ha illuminato quale il più impegnativo?
“Mishima” la sfida più difficile, esteticamente e tecnicamente, perché dovevo evocare nella parte in bianco e nero 40 anni di cinema giapponese. E “Gente comune” di Robert Redford, non dal lato tecnico ma per l’impegno emotivo. Tutta la troupe partecipava all’emozione del dramma familiare. È difficile lavorare quando sei così coinvolto.
Tra i registi di oggi chi apprezza?
Cuaròn, Iñarritu, sono davvero bravi. Ma sono eccezioni. Oggi che i film vengono girati per le piattaforme ci sono pochi veri autori. Ho visto a Cannes “Il traditore” di Bellocchio, che sta per compiere 80 anni ma questo sembra un film di debutto per la forza, l’entusiasmo, l’amore per il cinema. Non mi piacciono i film tratti dai fumetti. Non dovrei dirlo, ma non ho visto “Joker”. Però, se Venezia l’ha premiato…
È stato presidente dell’Academy. Che cambiamenti ha introdotto e che pensa delle passate polemiche per gli Oscar troppo “bianchi”?
La categoria Miglior film in lingua straniera è diventata Miglior film internazionale, a sottolineare la crescita delle cinematografie di tutto il mondo. Quanto alle proteste, gli Oscar sono alla fine del processo. I produttori, i casting directors, i registi decidono chi ci sarà nei film, non è l’Academy a rendere gli Oscar più bianchi, più rossi, più verdi.
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