Baliani oggi è Rigoletto: porto in scena la paura di lasciar andare i figli

L’attore lascia il ruolo di narratore e sul palco di Pescara diventa un clown sulle note di Verdi e di Chiacchiaretta
Il Rigoletto di Marco Baliani è un clown tormentato, un trapezista che non può più volare, un angelo caduto che affronta un’ultima serata. Il grande attore-autore-regista piemontese, maestro del teatro di narrazione, porta in scena oggi a Pescara nell’auditorium Flaiano (ore 21) lo spettacolo “Rigoletto. La notte della maledizione”, di cui è autore e interprete. Producono Società dei concerti di Parma e Teatro Regio. L’appuntamento è nella stagione Teatro d’autore e altri linguaggi, del Florian Metateatro, diretta da Giulia Basel, in collaborazione col Fla Festival di Libri e Altrecose, diretto da Vincenzo D’Aquino, che prende il via oggi. Baliani è in scena con Giampaolo Bandini alla chitarra e il teatino Cesare Chiacchiaretta alla fisarmonica, che eseguono pagine di Verdi, Rota e del compositore abruzzese. «La musica di Chiacchiaretta è un ricordo verdiano, con arie che il pubblico riconoscerà, ma declinate al contemporaneo. È una musica concreta, con noi tre che interagiamo» spiega Baliani. «Il monologo è accompagnato, interrotto, ostacolato da una musica sempre presente, elemento inquietante e incurante delle vicende umane. Una drammaturgia parallela».
Per una volta è un personaggio, abbandonando il teatro di narrazione. Cosa l’ha spinta a questa impresa?
L’età (ride). Finalmente mi prendo il gusto di stare per un’ora e 20 nella pelle di un personaggio. Il raccontatore è invece una figura strana, devi tenere in piedi 20 personaggi e stare sempre nel filo di una narrazione.
Perché non un reading, che magari chi la segue poteva aspettarsi, ma la creazione di uno spettacolo?
Ho scelto di non fare la cosa più facile, preferendo complicarla un po’. Ho voluto creare qualcosa, prendendo la tradizione e compiendo un piccolo tradimento, con uno spostamento spazio-temporale. Volevo rischiare di più, era l’occasione buona per osare un personaggio e incarnarlo, dopo tanto tempo.
Il Rigoletto di Verdi è il buffone di corte del Duca di Mantova, il suo è un clown. Perché questa scelta?
«È un personaggio che si porta dietro il peso del mito verdiano, il lato gotico romantico, la maledizione, la vendetta, però trasferito a fine Novecento. È il clown di un circo di terz’ordine, un ex trapezista che non può più fare il suo numero e che ha perso la moglie, anche lei trapezista. Amo molto il circo, i circensi sono speciali, per tutta la vita si dedicano alla ripetizione di piccoli gesti, fino alla perfezione. Amo i piccoli circhi di periferia, non le grandi macchine come il Soleil. Preferisco i circhi dove chi ti strappa il biglietto te lo ritrovi poi vestito da pagliaccio. Dietro c’è la lettura del romanzo “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll. Il clown sorride solo esteriormente, il mio Rigoletto vive il contrasto tra il dover far ridere, apparire buffo, con la gobba finta, il cerone, i lazzi, e l’essere invece interiormente governato da una follia che lo travolge.
Quali altri aspetti ha messo in risalto?
Rigoletto vive per la figlia, ossessionato dall’idea di prendersi cura di lei e nutre gelosia verso il Duca, il nuovo trapezista, bello, amato dalle donne. Impazzisce, cade in una perversione di gelosia e orgoglio ferito, commettendo l’errore di molti genitori, la pretesa di tenere i figli al riparo dalla vita, senza capire che devono uscire nel mondo e scontrarsi con esso.
Ha iniziato negli anni '70 col teatro-ragazzi. Che imprinting le ha dato?
Il pubblico dei bambini e dei ragazzi è eccezionale. Sono senza filtri, sinceri nelle reazioni, capiscono subito se il racconto non funziona. Sono giudicanti e reagiscono all’istante. È una scuola di teatro che consiglio a ogni attore.
Il teatro di narrazione è anche controinformazione?
Penso di sì, la Storia spesso non è stata raccontata come avrebbe dovuto. Dipende dal punto di vista di chi racconta. In “Terra Promessa” ho cercato di capire il punto di vista del brigante Crocco e raccontare un pezzo di Storia vista dal basso, dalla prospettiva di chi ha perso, esercizio fondamentale per comprendere la Storia d’Italia. Si deve raccontare la Storia spaventando gli spettatori con domande su nodi irrisolti, su come sono davvero andate le cose.