Beppe Bergomi in Abruzzo per motivare i lavoratori «È fondamentale fare squadra»

12 Gennaio 2024

L’ex capitano dell’Inter al corso organizzato dalla Sasi per i propri dipendenti  «Non è importante il nome che porti sulle spalle, ma lo scudetto sul cuore»

LANCIANO. «Da solo non vai da nessuna parte, hai bisogno dei tuoi compagni. Non è importante il tuo nome sulle spalle, ma lo scudetto che hai sul cuore». A parlare è Beppe Bergomi, ex difensore dell’Inter e della Nazionale, anche quella campione del mondo del 1982, protagonista, con lo psicologo sportivo Samuele Robbioni, del corso di formazione e motivazionale della Sasi, la società pubblica dell’acqua, ieri a Villa Medici.
Sala gremita e platea di dipendenti mai tanto attenta e interessata a un corso di formazione. «È senza dubbio un corso particolare», spiega Manuela Carlucci, direttrice area commerciale Sasi, «ma l’intento è di applicare la metafora sportiva all’azienda. La Sasi come una squadra ha valori, un’etica, obiettivi come garantire il miglior servizio agli utenti, ruoli e regole e deve andare avanti senza personalismi». E della forza del gruppo, l’importanza dei valori hanno parlato tra aneddoti e ricordi Bergomi e Robbioni. Si sono passati la palla tra orecchie tese e sguardi curiosi. «Perché mi chiamano zio?», chiede Bergomi. Brusii in sala. «A 16 anni, nel primo allenamento con la prima squadra, Gianpiero Marini, colonna dell'Inter, mi si siede vicino, mi chiede di dove ero e quanti anni avevo. Io rispondo sono di Settala e ho 16 anni. Ma avevo pure già i baffi. Mi squadra e dice: “Ma sembri mio zio!”. E inizia la storia della scalata di un ragazzo che da un paese di mille abitanti, a 18 anni arriva in Nazionale e vince pure il mondiale dopo aver giocato contro il Brasile di Zico e Falcao, la Polonia e la Germania di Rummenigge.
«Ma in questo viaggio conta il percorso fatto e la squadra trovata», spiega subito Bergomi. Percorso che parte dalle giovanili dell’Inter, attraversa la Nazionale, quella dell’82 dove è stato accolto dal 40enne Dino Zoff, dal buffetto di Scirea «che ci manca tanto come Rossi e Bearzot per me un secondo papà», confida Bergomi. «Un gruppo ancora oggi unito: ci sentiamo su WhatsApp e l’amministratore è Spillo Altobelli. Anche in Sasi è importante fare squadra, avere stima dei propri compagni, impegnarsi. Io mi impegnavo perché sapevo che se recuperavo una palla potevo darla a Rummenigge, Ronaldo e Spillo che avrebbero fatto di tutto per far gol. Così in un'azienda si lavora tutti assieme per lo stesso obiettivo». E qui Robbioni tira fuori il tema della responsabilità «che porta a guardarsi dietro, a dare valore al percorso fatto e a guardarsi attorno, vedere le risorse che ci sono e a far sì che ci siano obiettivi individuali ma anche di squadra. Fai al meglio quello che ti compete fare nel tuo ruolo e cerca di essere un esempio per gli altri».
E responsabilità le ha il capitano. «Non ero un capitano che parlava tanto, certo più di Zoff», dice Bergomi tra le risate in sala, «ma davo l'esempio: ero il primo ad arrivare l'ultimo andar via, cercavo di fare integrare gli ultimi arrivati». Ma tra i trionfi, il mondiale giocato a 35 anni ancora con le farfalle nello stomaco, anche sconfitte e delusioni, come la mancata convocazione ai mondiali 94 da parte di Arrigo Sacchi. «Con la sconfitta non si perde ma si cresce. Si rallenta, non si butta il lavoro fatto e si punta a migliorare» aggiunge Robbioni. Poi spazio alle domande, anche se non proprio legate al corso: da Ronaldo, il fenomeno, e quel primo allenamento in cui Bergomi tenta di anticiparlo, lui lo salta si gira veloce e al volo segna a Pagliuca, passando per le marcature di Maradona, Van Basten, Batistuta. E poi Zenga, «il compagno di camera che più era nei casini sentimentalmente più rendeva in campo. Tre volte il miglior portiere al mondo». E il mondiale 2006 da telecronista: «Un'emozione diversa. È bellissimo raccontare la nazionale perché sei senza filtri», spiega l'ex difensore. «E poi con Fabio (Caressa, ndc) che ha una fortuna sfacciata, ai primi commenti vittoria di mondiale ed Europei». «Un incontro bellissimo in cui si è capita l'importanza di fare squadra anche in Sasi per la società e gli utenti», chiude il presidente della società, Gianfranco Basterebbe. Emozionante il ricordo dell'architetto Aurelio Falconio scomparso poche settimane fa tra i promotori dell’iniziativa. Alla moglie e alla figlia una targa ricordo e una maglia. «Il dono della felpa Sasi è bellissimo è un esempio di appartenenza ad un gruppo», chiude Bergomi tra applausi, autografi e selfie.
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