Berardo Carboni, il regista visionario che fa di Pescara l’officina del cinema

Il 25 aprile arriva nelle sale Youtopia, con Alessandro Haber, Donatella Finocchiaro, Matilda De Angelis «La vita mi ha portato a Roma, credo però che il mio modo di vedere il mondo sia di un abruzzese puro»
Schivo e visionario. Berardo Carboni è un regista incisivo e sognante, lo dimostra con maturità il suo ultimo film, Youtopia, nelle sale dal prossimo 25 aprile. Avvincente, inusuale, intenso, girato anche in Abruzzo coinvolgendo un cast raffinato e premiato, è una storia drammaticamente lungimirante fra realtà virtuale e quotidiano.
Questo film nasce dopo anni di ricerca, fra Pescara e Roma, potremmo dire.
La vita mi ha portato a vivere a Roma, abito all'inizio di via Tiburtina, la strada che da 2000 anni porta a Pescara, anche se viaggio per l'Europa una volta al mese. Credo però che il mio modo di vedere il mondo sia di un abruzzese puro, gli schemi logici e se si vuole anche sociali e culturali con cui analizzo ciò che mi sta attorno si sono formati a Pescara e ogni racconto più o meno indirettamente viene filtrato dalle partite a ping pong con mio fratello Gaetano nella solitudine della casa di campagna a Città Sant'Angelo, dove siamo cresciuti, dalle mura arancioni del liceo classico "d'Annunzio" di Pescara, dal suono del faro che si sentiva quando ero piccolo nelle notti di nebbia, da un immaginario che è allo stesso tempo universale e locale.
Tutto ciò si riflette quindi nelle sue storie, anche in quest'ultimo lavoro.
Ogni mio film rappresenta una strana combinazione di fattori, i ricordi e i pensieri formano uno sguardo in cui è difficile discernere le componenti, i materiali culturali si confondono con quelli esperienziali e nella mia visione del mondo i libri di Burroughs, le esternazioni di Enzo la vipera ascoltate al pescarese bar Excelsior, le canzoni di De André e le chiacchiere con gli amici della Marina, i discorsi sul diritto con mio padre Bruno e i libri di Rodotà, si fondono e tutti insieme mi danno la griglia che mi consente di avere un punto di vista su ciò che sta accadendo.
Fa spesso riferimento alla sua famiglia.
Gaetano ed io siamo cresciuti con due genitori che ci hanno voluto un bene immenso, mio padre è stato il mio primo maestro e mia madre Margherita è un punto di riferimento costante della mia vita, soprattutto credo che ci abbiano protetto dalla bruttezza dilagante negli anni in cui ci siamo formati, hanno posto una barriera al nulla che avanzava, ci hanno insegnato a mettere sempre al centro l'essere umano, a credere in valori non meramente economici, ci hanno dato gli anticorpi contro il cinismo diffuso e così anche uno sguardo molto contemporaneo sul presente.
Com'è il nostro tempo?
Penso che l'era del pensiero unico delle narrazioni autoreferenziali da fine della storia sia per fortuna finita e credo che sia compito di ogni cittadino, e specialmente di coloro che si occupano di cultura, ricostruire un'idea di mondo nuova in cui poter credere. Come dice Alain Badiou, «viviamo in un universo senza mondo e il compito oggi è quello di ricostruire un nuovo significante cognitivo». Ci sono infiniti modi per farlo, l'importante è non arrendersi a quella barbarie che è l'assenza di sogni e prospettive, per se stessi e per la società in cui viviamo.
Come e quando ha cominciato col cinema?
Ho iniziato quasi per gioco, la prima cosa che ho fatto da solo è stato vedere ET, almeno 10 volte. A scuola ho convinto un gruppo di amici – molti di loro ora lavorano nel cinema – a fare cortometraggi e a fondare un cineclub, poi mi sono trasferito a Roma dove ho iniziato progetti sperimentali con l'artista Lara Favaretto. Durante il dottorato in legge, ho avuto l'idea del primo lungometraggio, Shooting Silvio, progetto folle e coraggioso che sono riuscito a realizzare grazie a una serie di collette popolari e all'aiuto di un collega che, incuriosito dalla vicenda, perché di giorno facevo lezioni all'università e di notte organizzavo rave per raccogliere quei fondi, ha deciso di diventarne produttore.
È la storia dell'omicidio immaginario di Silvio Berlusconi.
È una critica radicale all'universo di valori che rappresenta, ma anche a qualsiasi tipo di reazione violenta. Fare un film contro Berlusconi allora era un gesto da rivoluzionari, molto diverso dal farlo adesso, con tutto il rispetto per Sorrentino.
Poi è stata la volta di Volavola.
Un progetto sperimentale con un titolo ispirato alla canzone abruzzese, è considerato il primo film lungometraggio narrativo al mondo girato in “machinima”, cioè all'interno di un videogioco. Youtopia è in qualche modo figlio di quel film.
In cosa si distinguono?
Entrambi affrontano il tema del confine tra virtuale e reale, ma se Volavola era essenzialmente un esperimento linguistico, in Youtopia il videogioco è ricostruito con un'animazione 3d di ultima generazione e la storia affronta anche altri argomenti di attualità. È rivolto a un pubblico ampio che vuole pensare ma che vuole seguire appassionatamente anche le vicende degli attori in carne e ossa.
Cosa racconta?
La storia di una 18enne che decide di mettere all'asta la propria verginità perché la mamma non riesce più a pagare il mutuo di casa. È anche una favola sentimentale, perché la ragazza giocando ai videogames scopre altri valori e nuove visioni del mondo e impara che ci si può sottrarre al gioco in cui la società sembra averci messo. Ho cominciato a scrivere questo film durante l'occupazione del Teatro Valle, ho girato alcune scene a Pescara, uscirà con Koch media in tutta Italia.
Con i protagonisti di Youtopia ha creato un rapporto speciale.
Mi sono affidato ad attori di grande esperienza e grande talento, gli devo molto. Alessandro Haber che nel film fa l'orco cattivo, è in realtà una delle persone più generose che ho mai conosciuto, Donatella Finocchiaro è un'attrice fenomenale dal cui rigore ho imparato davvero tanto, Matilda De Angelis non è umana, è un angelo, dotata di un talento straordinario e di una bellezza fuori dal comune, l'esperienza di guidarli e essere guidati in questa avventura ha reso più di ogni altra cosa di carne le fantasie che erano solo nella mia mente. Con gli attori, quando si fa un film così indipendente e libero e viscerale, si stabilisce una specie di legame di sangue. E con noi hanno lavorato il produttore Valerio Palusci e l'attore Federico Rosati, entrambi pescaresi .
Oggi a cosa sta lavorando?
Ad un documentario sui valori comuni dell'Europa, Ethos, con Ken Loach e Yanis Varufakis fra gli altri. Vuol raccontare i risultati della ricerca di un gruppo di insegnanti universitari chiamato Transol, è il secondo di una trilogia, il primo, Eros, aveva cercato le radici comuni di una società europea tra gli attivisti legati alle dinamiche di Occupy, il terzo ruoterà invece attorno alla campagna del primo partito transnazionale europeo dell'anno prossimo. Insieme dovrebbero contribuire a dare una visione nuova del Paese, mi piace chiamarlo così, in cui viviamo.
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