Bob Dylan, il tour che sconvolse il mondo in trentasei dischi

La Columbia pubblica un cofanetto con tutte le registrazioni dei concerti della svolta elettrica dell’artista nel 1966
di Giuliano Di Tanna
Manca una settimana alla consegna a Stoccolma del Premio Nobel per la Letteratura, ma si sa già che il vincitore, Bob Dylan, non ci sarà a ricevere il riconoscimento dalle mani del re Carlo Gustavo di Svezia. «Ho altri impegni», ha fatto sapere il musicista americano, che in maggio ha compiuto 75 anni. Ma il loro premio, i fan dell’autore di Like a Rolling Stone, It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding) e altre canzoni epocali, l’hanno già ricevuto.
Il premio ha le forme di un box set, pubblicato dala Columbia, l’11 novembre scorso, “The 1966 live recordings”, un cofanetto con 36 dischi che contengono tutte le registrazioni conosciute della tournée mondiale che Dylan intraprese fra l’autunno del 1965 e la primavera del 1966: dall’America, all’Australia, alla Scandinavia, alla Francia, all’Irlanda, alla Scozia, all’Inghilterra.
E’ il tour che precedette di pochi mesi il famoso incidente motociclistico a Woodstock, in seguito al quale Dylan si ritirò dalle scene per un anno e mezzo per farvi ritrorno solo nel gennaio del 1968 con la pubblicazione di “John Wesley Hardin”, un album totalmente acustico, in stridente contrasto con il furore del tour del 1966 dove, in concerto con il gruppo degli Hawks (che più tardi sarebbero diventati The Band), il musicista sconvolse il suo pubblico di vecchi appassionati contrari alla sua cosiddetta svolta elettrica, in nome della purezza acustica dei suoi primi dischi.
I 36 dischi del box set sono la testimonianza audio del tour raccontato da Martin Scorsese in “No direction home”, il suo documentario del 2006 composto soprattutto dai filmati originali girati dal regista D.A.Pennebaker, che dovevano servire per uno speciale televisivo intitolato “Eat that document” mai trasmesso, di cui però resta traccia su Youtube in un video montato dallo stesso Dylan, nei mesi di convalescenza successivi all’incidente motociclitico.
Il tour mondiale del 1966 è passato alla storia della musica rock. Era la prima volta che Dylan si esibiva con una band di strumenti elettrici, imbracciando una Fender Stratocaster invece della sua chitarra acustica.
Prima di partire per questo giro del mondo, il musicista del Minnesota aveva fatto una serie di prove generali del tour in tre concerti nell’estate del 1965: al Festival di Newport, allo stadio del tennis di Forest Hills e all’Hollywood Bowl di Los Angeles.
Tre esibizioni in cui fu contestato dal pubblico sempre per lo stesso motivo: la sua trasformazione da solitario folksinger in leader di una band di rock and roll era visto dai più puristi fra i suoi fan come un cedimento alle ragioni commerciali della musica. Ma Dylan tirò dritto e si mise sulla strada con una band composta da Robbie Robertson alla chitarra solista, Rick Danko al basso, Garth Hudosn all’organo, Richard Manuel al pianoforte, e alla batteria Mickey Jones, un turnista di Los Angeles che prese il posto di Levon Helm (membro degli Hawks) che mollò il tour in America perché sconvolto dalla violenza delle reazioni negative del pubblico al nuovo, potente suono elettrico dell’ex menestrello.
Il set di canzoni che questo sestetto proponeva ogni sera era fisso. Nella prima parte del concerto, Dylan si esibiva da solo sul palco con chitarra acustica e armonica proponendo questi brani: She Belongs to Me; Fourth Time Around; Visions of Johanna; It’s All Over Now, Baby Blue; Desolation Row; Just Like Tom Thumb’s Blues e Mr. Tambourine Man.
Poi, dopo un breve intervallo, iniziava il set elettrico con la band. Le canzoni erano queste: Tell Me, Momma; I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met); Baby, Let Me Follow You Down; Just Like Tom Thumb’s Blues; Leopard-Skin Pill-Box Hat; One Too Many Mornings; Ballad of a Thin Man e Like aRolling Stone, il brano che, portando Dylanj per la prima volta in testa alla classifica dei singoli, nell’estate dal 1965, aveva segnato la definitiva trasformazione da folkie a eroe del rock elettrico e lisergico.
Chi ha visto il documentario di Scorsese ricorda la sequenza finale del film, tratta dal concerto a Manchester, il 17 maggoi 1966. E’ lì, fra i velluti della Free Trade Hall della città del nord dell’Inghilterra, che si svolge una delle scene madri della storia del rock. Un fan (l’ennesimo) protesta. Non fischia ma urla a Dylan, secco, il suo risentimento per il presunto tradimento perpetrato verso il suo vecchio pubblico: «Judas!» (Giuda!). Dylan guarda in alto verso il loggione da cui proviene l’insulto e risponde con un filo di voce: «Non ti credo, sei un bugiardo». Poi volta le spalle al pubblico. E, mentre gira al massimo la manopola del volume della sua Fender Stratocaster sussurra alla band un invito che ha la perentorietà di un ordine. «Play it fuckin’ loud» ( Suonatela al massimo del fottuto volume).
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