“Borgo sud”, il sale di Pescara dalla penna di Di Pietrantonio

3 Novembre 2020

Esce oggi il nuovo romanzo dell’autrice abruzzese. Pubblichiamo uno stralcio

Donatella Di Pietrantonio torna dopo L’Arminuta con un romanzo teso e intimo, intenso a ogni pagina, capace di tenere insieme emozione e profondità di sguardo, con la sapienza e la naturalezza dei grandi scrittori. Esce oggi Borgo sud, che la scrittrice abruzzese ha pubblicato ancora con Einaudi, stesso editore del suo libro Premio Campiello come di Bella mia (prima edizione Elliot 2014), con cui ha partecipato al Premio Strega 2014 e ha vinto il Premio Brancati.
Già venduto in più di 10 Paesi – tra questi la Germania, la Spagna, l’Inghilterra, l’America – il nuovo romanzo dell’autrice nata ad Arsita e che vive a Penne dove lavora come dentista pediatrica, si conferma essere tra i libri più attesi dell’anno. La storia si svolge in gran parte in Abruzzo, come è stato per L’Arminuta (che tra l’altro dopo essere stato portato a teatro dall’attrice pescarese Lucrezia Guidone per il Tsa sta per diventare un film con Sofia Fiore protagonista e la regia di Giuseppe Bonito). Una storia di sorellanza, famiglia, sentimenti forti espressi con un linguaggio incalzante che guarda con sapienza all’asperità di certi abruzzesimi. È il momento che precede l’alba quando Adriana tempesta alla porta con un neonato tra le braccia. Non si vedevano da un po’, e sua sorella nemmeno sapeva che lei aspettasse un figlio. Ma da chi sta scappando? È davvero in pericolo? Adriana è come un vento, irrompe sempre nella vita di sua sorella con la forza costringendola a guardare in faccia la verità. Anche quella piú scomoda, o troppo amara. Entrando nell’appartamento della sorella e di suo marito, Adriana, arruffata e in fuga, apparente portatrice di disordine, indicherà la crepa su cui poggia quel matrimonio: le assenze di Piero, la sua tenerezza, la sua eleganza distaccata, assumono piano piano una valenza tutta diversa. Anni dopo, una telefonata improvvisa costringe la narratrice di questa storia a partire di corsa dalla città francese in cui ha deciso di vivere. Inizia una notte interminabile di viaggio che la riporterà a Pescara, e precisamente a Borgo Sud, la zona marinara della città. È lí, in quel micro-cosmo cosí impenetrabile eppure cosí accogliente, che potrà scoprire cos’è realmente successo, e forse fare pace col passato.
Per gentile concessione della scrittrice e dell’editore pubblichiamo in anteprima assoluta uno stralcio del capitolo 6 del romanzo.

di DONATELLA DI PIETRANTONIO
Il giorno dopo ho dovuto accompagnarla in macchina «a un posto». Costeggiavamo la sponda destra del fiume quando mi ha chiesto di fermarci. Abbiamo proseguito a piedi, Adriana sempre un po’ avanti, dritta e concentrata sulla strada. Piccole onde salate risalivano la corrente dalla foce, mi confondevano la vista. – Non potevamo venire piú tardi, con il fresco? – ho domandato. – Certe cose si fanno alla controra, – ha risposto mia sorella svoltando verso Borgo Sud. Di sicuro soffriva anche lei sotto il cappello di paglia calcato in testa e gli occhiali da sole che non mi aveva chiesto in prestito. Ci siamo addentrate tra le palazzine popolari e le case a uno o due piani. Non ero mai stata in quel quartiere, ma sapevo che Adriana ci bazzicava da anni.
La città mi sorprendeva, si rivelava piú grande, diversa dalla mia mappa immaginaria limitata al centro e poche zone di periferia. Qualche muro era dipinto con motivi ingenui, mi sono attardata un momento a guardarne uno con un marinaio muscoloso che tirava in sec- co la barca, sullo sfondo vele al vento. Non passava nessuno per strada, né a piedi né in auto, le persiane erano chiuse, i furgoncini del pesce accostati ai marciapiedi. Sembrava un luogo separato, dove il tempo scorreva piú lento e valevano altre regole. Un confine invisibile lo isolava da Pescara tutta intorno. Ma era pulito, nemmeno una carta buttata per terra. Adriana si è accorta che ero rimasta indietro ed è venuta a tirarmi per un braccio. – Non è la gita, spicciati, – ha detto tra i denti. – Dopo pranzo quelli che non stanno per mare dormono, – ha aggiunto abbassando la voce come se potessimo svegliarli. Ce n’era uno a torso nudo che mangiava il cocomero su un balcone in ombra al primo piano, invece. Si è fer- mato con la fetta a mezz’aria quando ci ha viste. Ha sputato dei semi. Sotto quello sguardo Adriana si muoveva a scatti, segno che aveva paura. A un certo punto è tornata indietro di colpo, l’ho seguita al riparo di una palazzina. Si sono sentite delle urla alle nostre spalle, potevano essere dell’uomo. Abbiamo girato per un po’ a passo svelto, ma come a vuoto. Infine, dopo essersi guardata intorno piú volte, mi ha portato sul retro di una casa verde. Siamo rimaste in ascolto di tutto quel silenzio, poi si è infilata con il braccio tra le sbarre di un cancelletto e ha trovato al tatto la chiave per aprirlo, quasi fosse per lei un gesto abituale. – Ma che fai, dove andiamo? – ho protestato sottovoce. – Ti ho detto che devo ripigliarmi un po’ di roba, ci vuole un momento. Mi ha tirata dentro qualcosa che non era un cortile e nemmeno una veranda o un giardino, ma mostrava le tracce di una vita familiare recente. Da una parte alcune piante stentavano sulla terra riarsa, accanto a una sdraio e un ombrellone chiusi. Il resto dello spazio era protetto da una tettoia ondulata: copriva un ripiano con fornello a gas e lavandino, una tavola con la tovaglia di plastica e intorno le sedie, diverse tra loro.
In un angolo stivali gialli da pescatore e reti aggrovigliate, forse da riparare. Lo scirocco degli ultimi giorni aveva steso un velo di sabbia dappertutto. La portafinestra era aperta e il vetro rotto, i frantumi hanno scricchiolato sotto i passi di Adriana. – Tu aspettami ecco e se senti qualcosa di strano fi- schia, – ha detto sulla soglia. Non mi ha dato il tempo di ricordarle che non sapevo fischiare. Ha attraversato una stanza e un’altra, poi l’ho sentita salire le scale. Si muoveva guardinga, con l’orecchio teso al minimo rumore, ma anche con la disinvoltura di chi in quella casa aveva abitato. Non volevo rimanere all’esterno senza di lei, sono entrata nella penombra di una cucina, solo che su un lato c’era un letto a una piazza, ai suoi piedi la culla dove aveva dormito Vincenzo. Ho riconosciuto dalle lenzuola in disordine mia sorella che si era svegliata di botto e le aveva fatte volare. L’arredamento era semplice, ma curato in ogni dettaglio. Una mensola sosteneva una collezione di conchiglie, dalle piú piccole alle piú grandi, con le spirali auree in evidenza. Appoggiati al televisore alcuni libri: Cento ricette di pesce, Il mare è servito, recitavano le costole. Ovunque riconoscevo la mano di Adriana, ma l’impressione della mia estraneità a quello che aveva realizzato lí mi ha raggelata. Accanto alla porta da cui eravamo entrate pendeva da un gancio una giacca impermeabile da marinaio.
Un odore forte di putrefazione saturava l’ambiente, mi sono guardata intorno: dentro il lavandino c’era un piatto a rovescio su un altro. L’ho sollevato, liberando una mosca che si è alzata in aria. Le fettine di carne cruda brulicavano di larve bianche, piccoli vermi lenti e fortunati sopra tutto quel cibo lasciato lí a scongelare. Ho visto la data sul calendario a fogli staccabili appeso alla parete: erano passati già dieci giorni dalla fuga di Adriana. Ho calpestato qualcosa di morbido sul pavimento di ceramica: la ciocca di capelli che le mancava quando era arrivata da me. Sul tavolo un bicchiere fermava un biglietto scritto con la grafia affaticata di chi usa di rado la penna: Se rivieni sona al canpanelo mio che ti aiuto. La firma sotto: Isolina.
Adriana è scesa burrascosa per le scale. – Andiamo, – ha detto. Mi ha dato dei sacchetti che aveva riempito, di quelli del supermercato, lei portava un borsone gonfio. In una busta avevo infilato i due piatti per gettarli con il loro contenuto. Ha rimesso a posto la chiave del cancello e siamo uscite, poi c’era di nuovo il quartiere da attraversare. Ci siamo avviate, veloci ma senza correre, guardando indietro di continuo. Occhi malevoli ci puntavano dai piani piú alti, o forse li immaginavo soltanto. Condividevo la paura di Adriana senza sapere quale rischio correvo insieme a lei. Nei giorni precedenti non ero riuscita a strapparle una parola su quello che le era accaduto. Certe volte le sue confidenze si lasciano attendere a lungo, anche adesso. Le ho raccontato ansimante del messaggio sul tavolo. – Ah, quant’è cara Isolina, – ha detto sbrigativa. – Abita là di fianco –. All’improvviso si è aperto tra i palazzi un campo incolto. Bambini e ragazzi giocavano in pantaloncini, le loro magliette erano macchie di colore sull’erba bruciata dal sole. Alcuni trafficavano dietro una fila di casotti in lamiera, intorno a qualcosa, o qualcuno. – Lelé, chissà che gli stanno a fa’, – ha mormorato Adriana tra i denti, rallentando. È rimasta indecisa un attimo, poi ha tirato dritto. Respiravamo già l’umido denso del fiume quando si è bloccata di colpo, presa da un pensiero. – Mi so’ scordata una cosa importante, la devo anda’ a ripigliare. Tu mo porta ’sta roba alla macchina e la sposti giú alla riviera, io tra un quarto d’ora arrivo, – ed è subito tornata sui suoi passi. Si è voltata un momento per una raccomandazione, un grido nell’aria: – Se non mi vedi vattene alla casa e state attenti al bambino. L’ho aspettata dove mi aveva detto, contando i minuti. Sono scesa dall’auto, nell’abitacolo non si resisteva. All’aperto la brezza non muoveva piú niente, non un’ombra per ripararmi nelle vicinanze. L’aria era salata e sapeva forte di mare, seccava la bocca.
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