Bruno Guerri a “Storie”: ero più intelligente dei prof, così ho salvato D’Annunzio

18 Ottobre 2022

Da bambino era povero: «Avrei voluto nascere in una famiglia benestante, è scomodo essere poveri. Per farmi mangiare, mia madre aveva inventato un trucco al mercato». Poi, gli anni da ribelle a...

Da bambino era povero: «Avrei voluto nascere in una famiglia benestante, è scomodo essere poveri. Per farmi mangiare, mia madre aveva inventato un trucco al mercato». Poi, gli anni da ribelle a scuola: «Era imbarazzante essere più intelligente dei miei professori». E poi, chiamato dai ministri del centrodestra e confermato dai ministri del centrosinistra alla guida del Vittoriale degli italiani, a Gardone Riviera: «E io me l’aspettavo di essere confermato, il lavoro fatto ha portato risultati notevoli e lo dico senza modestia ma c’è ancora tanto da fare». È Giordano Bruno Guerri l’ospite di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete8 in collaborazione con il Centro che va in onda stasera alle 21 con la regia di Antonio D’Ottavio.
Guerri, originario della provincia di Siena, storico, scrittore e giornalista, è l’alter ego di Gabriele d’Annunzio: «D’Annunzio era visto come un personaggio lussurioso, decadente, libertino, protofascista, deprecabile ma, con i miei studi, ho capito che non era così. Ho tentato, quindi, di cambiarne l’immagine e la mia grande vittoria è che ci sono riuscito». Al Vate, Guerri ha dedicato un libro, “D’Annunzio, l’amante guerriero”. E, da 4 anni, Guerri è l’anima del Festival dannunziano di Pescara; dal 2008 è presidente del Vittoriale. «Non sono innamorato di d’Annunzio», dice, «ho difeso d’Annunzio come un atto di giustizia e ora lo sento come un buon amico». Una frase su tutte: “Ama il tuo sogno se pur ti tormenta”. «Faccio mia questa frase, i sogni comportano fatica, delusioni, ansia e angoscia ma bisogna amarli perché è l’unico modo per realizzarli».
Una vita con dentro tante vite: il bambino che gioca alla sassaiola con gli amici – «Sono cresciuto brado» –, il ritiro dalla scuola, poi la folgorazione degli studi: «All’ultimo anno di superiori ho capito che volevo studiare senza l’impiccio dei professori». Da allora, è diventato uno studioso del XX secolo, specializzato del ventennio fascista e dei rapporti fra Stato e Chiesa, docente di storia contemporanea, direttore del quotidiano L’Indipendente e anima del programma tv “Italia mia benché” su RaiTre. È stato anche assessore al Dissolvimento dell’ovvio, modo dannunziano per dire assessore alla Cultura, a Soveria Mannelli, sulla Sila. «Ho avuto una vita privata allegra, diciamo dispersiva, fino a quando ho incontrato la donna della mia vita», dice, «stiamo insieme da 17 anni e con lei ho realizzato l’impresa titanica di fare due figli. Con loro sono il padre che avrei voluto avere io: presente, affettuoso, dolce, non autoritario, che partecipa ai giochi e ai sogni».
«Scrivere un libro di storia è faticosissimo», dice, «bisogna leggere tanti libri, penetrare nella psicologia di un personaggio, un lavoro di immensa solitudine e si ha a che fare solo con i morti. Ecco perché vale la pena di scrivere un libro di storia solo se si ha qualcosa di nuovo da dire. Gabriele d’Annunzio, per me, era una figura giudicata in modo sbagliato e io ho cercato di cambiarne l’immagine. Ora è quasi scomparsa l’idea di d’Annunzio fascista: uno che si sentiva superuomo non poteva appartenere a un partito. La sua lussuria? Più che legittima: è stato condannato sulla base dei pregiudizi della borghesia dell’Ottocento, quella borghesia piccina, provinciale e terra terra, che lui ha sfidato scrivendo romanzi come “Il Piacere” e con la sua vita. Una vita dispendiosa, con tante amanti: in pratica, lui nell’Ottocento faceva quello che facciamo noi oggi: una vita sessuale libera, amante dei beni, uno che viveva secondo i propri gusti. Insomma, faceva con molto anticipo quello che noi consideriamo giusto».