Budini al cinema: «La mia Pescara è un set insolito»

L’attore è il protagonista di “Humanism”, film dell’abruzzese Della Sciucca in prima al Massimo
PESCARA. «L’attore protagonista del film immagina di essere i suoi alter ego, non li vede, ma in un gioco surreale li mostra alla giornalista che lo intervista. Si innamora di lei ma resterà solo». Occhi azzurri, capelli rossi, Ezio Budini è l’attore pescarese che interpreta il ruolo (da protagonista) di un irlandese in “Humanism - A new comedy”, primo film dell’abruzzese Glauco della Sciucca, in anteprima nazionale mercoledì prossimo, 30 maggio, alle 21 al cineteatro Massimo di Pescara. Nel cast anche Roberto Pedicini (pescarese di adozione, uno dei migliori doppiatori italiani, qui nella parte di un barman a New York), Huw Parmenter, Beth Lockhart e Randall Paul, Enrica Guidi, Véronique Vergari e Lorena Antonioni.
Un debutto anche per Budini, alla sua prima vera esperienza cinematografica. Trent’anni di carriera nel teatro, base della sua formazione, e nella televisione (Il Commissario Rex, Un medico in famiglia, Don Matteo, Un passo dal cielo), laureato e abilitato alla professione di architetto, mai esercitata, Ezio Budini si dice «emozionato» dell’anteprima nella sua città, contento del risultato e del «connubio artistico subito instaurato» con il regista e creativo Della Sciucca. Una «sinergia spontanea che prelude a nuove progettualità insieme, un altro film ma anche teatro», accenna l’attore che da tempo lavora quasi esclusivamente fuori regione e coltiva talenti nella sua scuola ResNuda Teatro, a Pescara.
Budini, il protagonista di “Humanism” è un attore in crisi esistenziale che immagina tutto ciò che vorrebbe essere e non sarà mai. Un uomo alienato immerso in una dimensione pirandelliana. Uno, nessuno, centomila: come si è trovato in quel ruolo?
«L’identificazione scatta in modo automatico. Mi sono identificato in modo generico. Prima o poi il momento di crisi arriva, vorresti fare più di quanto stai già facendo, fare meglio, ma arrivano cose più commerciali che poi rinneghi di aver fatto. E comunque anche quelle esperienze fanno bagaglio. Ad ogni modo il solo fatto di inseguire un obiettivo, qualcosa di bello e stimolante, serve a tenersi reattivi».
Realizzato dalla start-up inglese Hoffman, Barney & Foscari Ltd (e coprodotto da Fondazione PescarAbruzzo) “Humanism2, racconta l’autore, è una commedia satirica e d’essai, fuori dal tempo, che guarda prevalentemente al mercato nord-europeo e statunitense. A Pescara quanto piacerà il film, secondo lei?
«E’ un film di nicchia, sarà apprezzato dagli amanti del genere esistenzialista, il cinema del passato alla Bergman, Antonioni, solo per dare dei punti di riferimento. Tutti gli altri, si vedrà, è bene non fare pronostici. Al di là di questo, con Della Sciucca siamo contenti e soddisfatti del lavoro».
Il film è stato girato molto a New York, Londra e anche Pescara. Quanto è riconoscibile la città adriatica?
«E’ una Pescara mai nominata, insolita, e moderna con la sua architettura contemporanea, il ponte Flaiano, il ponte del Mare, l’Aurum. Con la sua diversità di ambienti l’Abruzzo è un posto straordinariamente cinematografico, il paesaggio interno si presta in modo ideale ai western. Servirebbe, per cominciare, una Film commission per rilanciare le produzioni e l’economia del settore».
Com’è oggi lavorare nello spettacolo dal vivo?
«In Abruzzo lavoro molto poco, non c’è modo di fare chissà cosa e chissà quanto a teatro. Per due stagioni sono stato scritturato nell’ultimo lavoro teatrale di Scaparro, “La Bottega del caffè” di Goldoni, con Pino Micol, due maestri del teatro. Mi sono sentito a mio agio nei panni di Pandolfo, losco biscazziere. Purtroppo lo spettacolo, una produzione Fondazione Teatro della Toscana, non verrà ripreso con la prossima stagione, ma resto in contatto con Micol».
Meglio con le fiction televisive?
«Anche la macchina televisiva è strana. Fai provini se ha il fisico giusto per quel personaggio, e io non riesco a farne anche se la mia agente mi promuove. Non stare a Roma mi penalizza ma preferisco stare qui perché ho famiglia, ho due bambini di 11 e 6 anni, e poi qui c’è il mare, stare a Pescara non è un grosso disastro! ».
Il legame con le radici si paga a caro prezzo?
«In effetti. Scegliere di vivere d’arte inoltre, implica una buona dose di follia. Ma l’importante è crederci fino in fondo, e non mollare mai: prima o poi i risultati arrivano. Ho intenzione di esportare uno spettacolo per me fortunato, “Riflessione postume”, un monologo divertente e amaro da Achille Campanile. Parla della morte in chiave molto ironica, esorcizzandola ».
©RIPRODUZIONE RISERVATA