C’è tanta Italia al Festival del cinema: Taviani, Argento e sei giovani registi

10 Febbraio 2022

Tema del giorno è l’identità di genere: tra gli esordienti, ben quattro opere dedicate all’argomento 

ROMA. Non è stato solo Sanremo quest'anno ad essere “fluido”, genderless, senza genere: anche la 72a edizione del Festival di Berlino che si apre oggi lo sarà. Anche di più, grazie all'Italia che, se scende in campo con fuoriclasse senior come Paolo Taviani (Leonora addio) e Dario Argento (Occhiali neri), porta anche alla Berlinale ben quattro opere su sei dedicate all' identità di genere. E sono quelle, forse non a caso, dei registi più giovani, ovvero: Nel mio nome, Calcinculo, Una femmina e il corto Le variabili dipendenti. Innanzitutto Nel mio nome di Nicolò Bassetti, un docufilm sulla transizione di quattro giovani da donna a uomo, passo dopo passo. Un film che come testimonial ha un trans di culto come Elliot Page, il primo transgender ad apparire sulla copertina di Time, protagonista di film come Juno, Inception e della serie di Netflix The umbrella academy. E poi, nella sezione Panorama, Calcinculo di Chiara Bellosi, fiaba nera di un amore tra una ragazzina obesa, piena di insicurezze, e un giovane circense, molto folletto, travestito da donna, detto Amanda (interpretato da Andrea Carpenzano).
Nel caso di Una femmina di Francesco Costabile, è lo stesso regista (che si definisce “not binary”), a dare la sua personale impronta a questa storia di rivolta contro la 'ndrangheta, ispirata al libro di Lirio Abbate Fimmine ribelli. A produrre il film il collega Edoardo De Angelis (Indivisibili), convinto che il giovane regista calabrese, al suo esordio dopo un documentario sul giovane Pasolini, avesse la sensibilità giusta per raccontare la difficile convivenza dei generi, maschile e femminile, nella cultura ancestrale della 'Ndrangheta.
E non finisce qui. Nel film Le variabili dipendenti di Lorenzo Tardella, che passa a Generation Kplus, ci si interroga sull'intimità attraverso la storia di due giovanissimi, Pietro e Tommaso, che si conoscono nel palchetto di un teatro e sulle note di Vivaldi si ritrovano a baciarsi. È un primo bacio o forse qualcos'altro?
Leonora addio, primo lavoro di Paolo Taviani senza il fratello Vittorio e unica opera italiana in concorso al Festival di Berlino, è invece un film sul tempo che passa e sul ricordo di chi va via (proprio come nell'aria del Trovatore che dà il titolo all’opera). Un film comunque diviso esattamente in due parti: la prima, in bianco e nero, racconta il destino incredibile delle ceneri di Luigi Pirandello e la seconda, Il chiodo, a colori, con al centro un fatto di sangue avvenuto a Brooklyn che ispirò l'ultimo racconto di Pirandello scritto prima di morire. Un fatto di sangue inspiegabile, demoniaco per dinamica, ma che ha, come risvolto, la memoria di un'amata senza alcun limite.
Ultimo presentato della squadra italiana al Festival è Occhiali neri, l'atteso ritorno del maestro dell'horror Dario Argento, che passa alla Berlinale nella sezione Gala e ha come protagonista una giovane escort che, per sfuggire a un serial killer, va a schiantarsi contro un'auto, perdendo la vista. La donna riemerge decisa a combattere per la sua sopravvivenza, con l'aiuto di un cane lupo tedesco e del piccolo Chin, sopravvissuto come lei all'incidente.