«Cantiamo i mondi mediterranei»

I Radiodervish stasera per Estatica a Pescara: «Dell’Abruzzo colpiscono i tempi lenti»
PESCARA. «Io e Nabil», racconta al telefono Michele Lobaccaro, fondatore dei Radiodervish, «siamo nati in due regioni dove la montagna incombe sul mare. Lui in Libano, io a Ventimiglia. Due latitudini, due paesaggi che teniamo ben presenti. Bari, dove ci siamo incontrati, ci ha permesso di sviluppare uno sguardo più aperto, gusto per lo straniero, sentimento di accoglienza, curiosità di intraprendere altre e nuove prospettive».
Un viaggio musicale e umano quello dei Radiodervish, che approdano questa sera al porto turistico di Pescara, ultimo concerto importante nel cartellone di Estatica 2018 (ore 21.30, biglietti 10 euro nei punti autorizzati CiaoTickets, online o al botteghino della rassegna, la sera stessa del concerto).
Un concerto in trio per voce, chitarra, basso, pianoforte, fisarmonica e percussioni. Mondi sonori e linguistici che si incontrano, oriente e occidente, musica raffinata, «cantautorato mediterraneo».
Lobaccaro, siete a Pescara per presentare il nuovo album “Il Sangre e il Sal”, l’undicesimo in vent’anni di attività. Di che racconta il nuovo lavoro?
«“Il Sangre e il Sal” è ispirato al Mediterraneo, il mare dove si facciano piccoli gesti di civiltà. Il titolo viene da un modo di dire in lingua sabir, l’antica lingua spontanea dei porti del mediterraneo, per indicare una condizione che è contemporaneamente di appartenenza, il sangue che ci lega ad una famiglia, e di sradicamento, il sale che il viaggio lascia addosso».
Come siete arrivati al sabir?
«Ritrovando un vecchio dizionario del 1830, forse l’unico scritto dove si tenta di dare una sistemazione a questa lingua franca. Così abbiamo immaginato una canzone d’amore di un marinaio per una donna incontrata nei suoi viaggi, una canzone semplice, l’unica in quella multilingua. Nel concerto presentiamo nuove canzoni e brani del nostro repertorio».
Com’è cambiata nel tempo la vostra poetica?
«Abbiamo dato più importanza a musica e testi, quello che definiamo cantautorato mediterraneo. Il racconto di storie, mondi poetici presenti nel Mediterraneo, che noi vediamo come un grande bacino esteso anche al Medio Oriente e al Nord Africa».
Nei nuovi brani si ritrovano echi di vari intellettuali, Kavafis, Pasolini, Panagoulis, Baudelaire, Omero….
«Sono poeti che nei secoli hanno saputo interpretare lo spazio geografico e umano del Mediterraneo. Si ritrovano in testi che suonano in diverse lingue e che culminano anche nel sabir, la lingua dei porti ormai estinta. In una sua poesia del 1962 Pasolini parla con lucidità profetica di questi attraversamenti a cui assistiamo oggi».
Un approccio raffinato mediato dal filtro della poesia, del pensiero. Una scelta precisa?
«Esattamente. Abbiamo guardato al Mediterraneo da più lontano per non farci schiacciare dal presente, dall’urgenza della quotidianità. È stato un lavoro di approfondimento: ce n’è bisogno per capire i fenomeni e trovare soluzioni meno improvvisate».
Compito dell’arte è anticipare?
«È guardare avanti, ma anche al passato, fare tesoro della memoria. Per non restare invischiati nel tempo breve».
Siete già stati in Abruzzo, cosa più vi colpisce di questa regione?
«La bellezza dell’interno, dove il tempo lungo prevale sul tempo breve. Dove trovi più profondità, come in tutta la dorsale appenninica: un altro tempo, un’altra velocità, quella a cui dobbiamo guardare per non finire nel baratro. Anche il ponte di Genova ce lo ricorda».
©RIPRODUZIONE RISERVATA