Cara Alessandra, ti scrivo per i nostri trent’anni d’amore

1 Luglio 2018

Lettera da Amsterdam alla moglie nel ricordo di un’afosa domenica di giugno  «Le tue lacrimazioni, rare, si sono viste solo a contatto con le cipolle...»

Cara Alessandra,
da quanti anni non ti scrivo una lettera; me ne offre l’occasione l’ultimo giorno di questa settimana ad Amsterdam offertaci come pacchetto-dono dai nostri figli Vittoria e Samuele, in occasione del trentesimo di nozze, avvenute in quell’afosa ultima domenica di giugno dell’88, quando io avevo da un paio d’anni varcato i 30, mentre a te ne mancavano ancora 5 per arrivarci. Sembra ieri! Mi ricordo di quando entrasti nell’antica abbazia, con imperiale incedere sotto un costoso velo ricamato, caro quasi come l’abito, che poteva eguagliare quello di lady Diana sette anni prima. Ti rivedo al braccio di tuo padre già in lacrime girando gli occhi inquieti intorno a te.
***«Già in lacrime» intendo: lui. Tue lacrimazioni, rare come quelle delle Madonne, in 30 anni si sono viste solo a contatto con la cipolla; il tuo non guardarmi da sotto il pizzo non era per evitare lacrime che ti rovinassero il trucco, ma per essere sicura che tutto, intorno, rispettasse a puntino il cerimoniale alla Westminster da te imposto (con prove che avevano anche fatto incazzare il prete) a familiari e amici, a campione prescelti e imperiosamente convocati in abbazia nei week end precedenti. “Imperiosa”, più che imperiale, è un aggettivo che ti descrive, Ale. Tu non sei pugno di ferro in guanto di velluto. Tu sei pugno di ferro in guanto ferrato, stile Petrus, l’amarissimo che (forse) fa benissimo.***
E insomma eccoci qua ad Amsterdam, patria dell’amaro di Petrus Boonekamp. Bella città, eh? Ben organizzata. Allegra. Cosmopolita. Vivace. Tollerante.
***Come ha detto Samuele? «A pa’, falle fa’ ‘na canna ad Amsterdam, magari questaqquà diventa normale». Al che io, riappropriandomi del ruolo di padre, ho risposto: «Allora, premesso che la prossima volta che ti azzardi a chiamare questaqquà tua madre, ti allento una saraga che ti giro la faccia dall’altra parte, non so come ti viene in mente una cosa del genere». Al che Sammy: «Che cioè diventa normale?». «Eh. Appu… no, cioè, che tua madre si mette a fumare se non ha mai fumato. Mo’ va ad Amsterdam e si fuma direttamente la cannabis» (…ma Samuele ha captato bene il lapsus, per cui ridacchia.)***
Oddio, in una città così cosmopolita, una certa tolleranza ci vuole anche da parte dei turisti stranieri, come noi, per il cibo. La vera cucina olandese è scomparsa e quella che dalle vetrine di rari ristoranti si spaccia per tale è opera di asiatici. Ma la tolleranza per il cibo di qui da parte mia è diventata entusiasmo. Mi è piaciuta moltissimo, l’unica volta che ho potuto gustarla, la cucina indonesiana chiamata batang, dal nome della vecchia colonia olandese nell’estremo oceano indiano. Tra l’altro il cameriere è stato correttissimo nel dire che era una variante dutch, cioè adattata al palato olandese, della loro vera cucina - così lontana, speziata, esotica, nata in altre latitudini e con altri climi.
***Per cui trovo particolarmente uncorrect, mentre ci veniva fornita questa spiegazione, il tuo metterti a rovesciare con espressione schifata gli intingoli nei vari pentolini batang in cui sono serviti, per chiedere al cameriere: «e questo mo’ che è?», come se ti trovassi di fronte a un reperto cadaverico in una sala di dissezione anatomica, tipo quelle dei quadri di Rembrandt da noi visti nei musei; e, peggio ancora, che chiedessi degli spaghetti «ma italiani, non come li fate voi cinesi», perché vedi, Ale, i batang hanno a che fare con i cinesi quanto i lapponi con gli abruzzesi.***
E poi come non sorridere quando, nell’attraversare il quartiere a luci rosse, alcune garrule professioniste, uscite dal loro turno in vetrina, sono salite sul nostro tram e una giovanissima biondina si è messa a raccontare i vari tipi di clienti, ridendo quando ricorrevano le parole “cliente italiano”.
***Ma tu, la mia espressione divertita - nel cercare di capire (senza riuscirci) dall’olandese perché gli italiani fanno così ridere nel quartiere a luci rosse- l’hai scambiata… per tutt’altro! Sissignora. Dopo avermi dato una smicciata stile Terminator prima di inquadrare nell’occhio rosso la vittima coi punti da colpire, ti sei messa a canticchiare: Mira mira l’olandesina/, mira “p”anza ti è vicina. Sei stata molto cattiva! a ricordarmi questo po’ (…un 20 kg, non di più) di adipe che ho messo su rispetto al mio fisico del matrimonio: beh, neanche il tuo è più quello, se vogliamo dirla tutta. Fai sempre queste battute sulla panza, adesso che non ho più neanche Vittoria a difendermi, dicendo «papi è uno strafigo pure mo’», da quando si è sposata e se n’è andata; e quanto al quartiere a luci rosse avresti fatto bene, a suo tempo, a farci un corso, magari teorico, di formazione perché tu nell’intimità sei sempre stata disinvolta quanto una gemarineerde haring, quanto un’aringa marinata, per rimanere in tema col posto. Oh.***
Mi accorgo che sto parlando di Amsterdam anziché di te. Non è giusto. Qui ci abbiamo passato 7 giorni, mentre io con te ho passato 7 anni moltiplicati per 4 con l’aggiunta di 2, senza contare i 2 di fidanzamento. Sembra un diario di viaggio, non una lettera alla cara consorte per le Nozze di Perla
***(No!... mo’ non farti venire idee, perché siamo nella patria della Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer)***.
E’ dunque con l’aggettivo “cara” che voglio chiudere ***(…non il matrimonio! Gesù, non pensare sempre male! chiudere questa lettera!)***.
Te lo voglio dedicare 3 volte, una per ogni decennio. Cara, cara, cara. Non so dirti quanto: cara. ***(Carissima - suggerisce, però, il mio bancomat)***.
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