Carofiglio: quell’estate del ’92 alle radici dei misteri italiani

Il magistrato-scrittore ospite sabato del Festival delle letterature dell’Adriatico racconta il suo nuovo romanzo: «Un noir sulle zone grigie della nostra storia»
di Giuliano Di Tanna
Gianrico Carfiglio ha 55 anni, è barese, e fa due mestieri nella vita: quello di magistrato e quello di scrittore. Il suo nuovo romanzo si intitola “L’estate fredda” (Einaudi) ed è ambientato nel 1992, l’estate delle stragi della mafia. Ma anche quella di cui parla il romanzo, quella in cui, a Bari arriva la notizia che un bambino, figlio di un capo clan, è stato rapito. Carofiglio parlerà del suo romanzo, sabato alle 18, al Circus di Pescara, nell’ambito di #FLA 2016, il Festival delle letterature dell’Adriatico. Del suo libro e dell’Italia di 24 anni fa e di quella di oggi, Carofiglio parla in questa intervista al . Centro.
“L’estate fredda”: Carofiglio, perché questo titolo per un libro ambientato in una delle estati più bollenti della storia della Repubblica?
Le ragioni del titolo sono diverse. La prima è storica. “Estate fredda” era il nome della prima operazione antimafia che, nel 1992, conducemmo con la polizia contro le cosche foggiane. Si chiamava così perché faceva proprio freddo quell’estate in Puglia. Mi ricordo che interrogavamo il primo dei pentiti delle cosche del Foggiano e, quando uscivamo dall’ufficio, faceva un freddo incredibile. Quel titolo mi è piaciuto subito, anche perché allude al gelo che ci prese tutti, all’epoca delle stragi di Palermo, quando si pensava che l’attacco della mafia allo Stato fosse vincente. E invece si rivelò essere l’inizio della fine.
La scelta del genere, il giallo, in che modo si collega al suo mestiere di magistrato?
L’etichetta non mi dispiace affatto: che sia crime o poliziesco o giallo. Mi piace soprattutto l’idea di violare le regole del genere. Il racconto di investigazione, se fatto bene, è appassionante. Certo, aver fatto il mio lavoro, quello di magistrato, mi aiuta. In questo libro si racconta un’indagine credibile in ogni più piccolo dettaglio. Quello che c’è scritto nel libro è veramente accaduto per l’ottanta per cento.
Il protagonista è un maresciallo dei carabinieri che si chiama Pietro Fenoglio: questo nome è un rimando a Beppe Fenoglio, lo scrittore?
Sì, è una citazione. Il personaggio di Pietro Fenoglio era già apparso in un un mio romanzo breve di qualche anno fa. Un giorno, mi è caduto l’occhio su un libro di Fenoglio nella mia biblioteca, e mi è sembrato un nome perfetto per un maresciallo dei carabinieri piemontese.
Di Fenoglio scrittore il suo maresciallo ha la vena malinconica?
Sì, in questo romanzo c’è una certa malinconia tipica di Fenoglio; e c’è anche un gioco di allusioni. Il personaggio è diventato torinese dopo che ho scelto di chiamarlo così.
Perché un piemontese per indagare al Sud?
Perché apporta complessità al racconto. L’idea comune è quella che certe indagini in certi contesti le possono fare solo quelli che in quei contesti sono nati e cresciuti. Questo è vero, fa parte della vita. Ma a me interessava anche avere un punto di vista altro nella storia, uno sguardo nuovo, occhi capaci di cercare e verificare i risultati della ricerca.
Perché?
Ma perché, secondo me, i migliori investigatori sono quelli capaci di abbandonare le ipotesi che si rivelano inadatte, inadeguate, quelli cioè che non tentano a tutti i costi di verificare la prima ipotesi che sembra buona. E’ un modo, questo, anche per tutelare chi con i reati non ha nulla a che fare.
Che cosa resta di irrisolto nella storia d’Italia di quell’estate del 1992 in cui furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?
I misteri. Misteri che probabilmente non saranno mai svelati, come quello della trattativa mafia-Stato che, forse proprio perché finito nella cornice rigida di un processo, non verrà mai completamente compreso. C’era tutta quella zona grigia, terribile, della contiguità - non voglio dire complicità - che è il territorio in cui le cose cessano di essere bianche o nere per assumere diverse tonalità di grigio.
Ci sono cose che non capiremo mai?
Forse sì. Per esempio: perché il covo di Totò Riina fu perquisto parecchi giorni dopo il suo arresto.
Come è cambiata l’Italia, se è cambiata, rispetto al 1992?
Non è facile dirlo. “L’estate fredda” è un romanzo noir ma anche un romanzo storico, perché racconta la storia di questo Paese in quell’anno diverso per tante ragioni. Ci sono sicuramente molte cose per cui questo Paese oggi è migliore e più civile, anche altre per le quali è peggiore. Fra le cose positive ci metterei il fatto che il carattere militare della criminalità organizzata è stato colpito duramente, in questi anni, e i ridimensionato. Ma poi questo è anche un Paese in cui non esistono più i partiti politici. E questa è una cosa terribile perché i partiti sono una garanzia della democrazia, sono il luogo della mediazione. La loro scomparsa è un passo indietro grave. L’unico partito che mantiene un minimo di struttura è il Pd che, però, alcuni suoi dirigenti stanno preoccupandosi di demolire.
Ha modelli di scrittura?
Non credo di averne, almeno consapevolmente. Ho una mia idea di scrittura morale, che non vuol dire moralistica. La moralità della scrittura, secondo me, sta nello scegliere le parole necessarie a dire quel che si deve dire: non una di più, non una di meno.
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