Carone: il mio film illuminato da un De Sica drammatico

30 Novembre 2023

La regista abruzzese oggi nelle sale con “I limoni d’inverno” applaudito a Roma «Dopo il contro-cinepanettone “Fräulein” con Christian continuiamo a sceglierci»

TERAMO. La perdita, la memoria, la malattia, il credere alla possibilità di essere felici, le tracce di un passato analogico e concreto tra vecchi diari segreti, un disco jazz, tanti libri, fotografie, disegni. È una piccola gemma il nuovo film di Caterina Carone “I limoni d’inverno”, interpretato con grazia da Christian De Sica, Teresa Saponangelo e un coro di attori tutti giusti. L’opera seconda della regista abruzzese, oggi in sala, racconta con sguardo amorevole l’amicizia tra un uomo solo, Pietro (De Sica), pensionato professore di Lettere, intento con fatica a un saggio su donne geniali, ed Eleonora (Saponangelo), moglie trascurata nonché agente di un fotografo molto autoriferito. I due sconosciuti, facendo giardinaggio, iniziano a parlarsi dai loro terrazzi dirimpetto, in un dialogo che aiuterà entrambi a riconoscere ed alleviare un peso sul cuore.
Carone, “Fräulein – Una fiaba d’inverno” nel 2016, ora “I limoni d’inverno”, sempre con Christian De Sica interprete. Sono i primi capitoli di una possibile trilogia?
Forse una trilogia ci sarà. Mi piace l’inverno, è una metafora dei momenti della vita più gelidi e di attesa che portano allo sbocciare di qualcosa. Il titolo del film viene dal soggetto originario di Mario Luridiana e Remo Tebaldi, di cui io e Christian ci siamo innamorati e che ho sviluppato in una sceneggiatura a più voci, tra le quali anche Anna Pavignano e Alessio Galbiati.
“Fräulein” era un’operazione metacinematografica in cui il personaggio del 60enne fanciullone Walter sembrava uscito da uno dei cinepanettoni interpretati da De Sica. Come siete arrivati a questo secondo film insieme, in cui lui ha il suo primo ruolo drammatico?
Era desiderio di entrambi fare un altro film, ma non un’altra commedia dopo quel contro-cinepanettone. Da “Fräulein” è nato un rapporto di stima e amicizia e la voglia di lavorare ancora insieme ma approfondendo di più. Come molti, penso che Christian sia un attore a tutto tondo e mi piaceva la sfida di fare con lui un film drammatico e realistico. Venendo dal documentario ho la tendenza a lavorare più sulle persone che sui personaggi. Pietro ha molto di Christian, è dolce, gentile, intelligente, sensibile.
Pietro è l’evoluzione di Walter?
Sì, in qualche senso lo è. In “Fräulein” immaginai che Christian sbagliasse set e poi smettesse pian piano i panni burloni per diventare un uomo autentico con le sue fragilità. In questo secondo film riprendo quell’uomo e con lui lo approfondisco, come si è approfondita la nostra conoscenza e amicizia.
Come ha scelto i luoghi del film?
La biblioteca “Giò Ponti” del dipartimento di matematica della Sapienza, moderna e un po’ astratta, è stata poco o mai utilizzata dal cinema. I due terrazzi dai quali si parlano Eleonora e Pietro li abbiamo trovati dietro piazza Bologna, in un piccolo quartiere risparmiato dai bombardamenti. Quando ormai disperavamo e stavamo rassegnandoci a una costosa ricostruzione in studio, Alessio li ha trovati su Google Earth.
Alla scelta di Teresa Saponangelo e gli altri interpreti come siete arrivati?
La scelta del cast è stata una fase molto delicata. Con un Christian De Sica drammatico era necessario un parterre di attori che rendesse tutto credibile. Amo Teresa Saponangelo fin dai film di Capuano. Con una carriera lanciata dopo il film di Sorrentino, non immaginavo accettasse, invece è stata aperta alla sfida, con una serenità e una gioia che hanno fatto subito sentire Christian molto amato. Luca Lionello, il fratello di Pietro, Max Malatesta, il marito di Eleonora, Francesco Bruni, il barista Nicola, Agnese Nano, l’ex moglie di Pietro, sono stati individuati con un lavoro certosino di casting, con l’obiettivo di trovare anche volti meno noti al grande pubblico per rendere tutto realistico.
Com’è stato accolto il film alla Festa di Roma?
Molto bene. Arriva al pubblico, emoziona, fa riflettere. Chi l’ha visto ha provato affetto per storia e personaggi. L’idea era realizzare un film per tutti.
Nasce documentarista, molto premiata. Venire dal cinema della realtà quanto ha contato?
Tantissimo. Un percorso che mi ha portato progressivamente a voler fare un film con attori. Da giovanissima il documentario mi sembrava il mezzo più autentico per raccontare la vita e lo stare al mondo. Poi ho capito che non ci sono limiti nel raccontare una storia per immagini. Il documentario mi ha aiutato a sviluppare un modo di raccontare molto flessibile e adattabile alle situazioni, a lavorare con le persone e non coi personaggi. Con gli attori instauro una relazione di dialogo e ascolto per costruire insieme il personaggio proprio attraverso la persona. Ne deriva sincerità, si sente che gli attori sentono quello che dicono, abitano le parole.
È anche disegnatrice, ha creato graphic novel, dipinge. A quando una mostra?
Spero prima o poi, se qualcuno me lo chiederà (ride). Ho fatto anche storyboard, utili sul set per spiegare le scene più impegnative. Fare il regista è complicato, soprattutto l’attesa tra un film e l’altro. Ma la creatività c’è tutti i giorni e la sfoghi in qualche modo e questo è il mio.
Un dipinto ha una funzione decisiva nel film. Di chi è?
Gabriella Giandelli, tra i più grandi autori italiani. Un mio mito, che mi ha fatto questo regalo.
Nata ad Ascoli, come molti della Vibrata, la stampa nazionale la definisce marchigiana.
Rivendico l'essere cresciuta a Sant’Omero, ma a 41 anni sono venuta a patti col mio essere di confine, e quindi mi considero abruzzese-marchigiana, anche perché mamma è di Pesaro.
Come chiudiamo?
È stato importante lavorare con due maestri come Nicola Piovani, che ha scritto una colonna musicale bellissima, e il direttore della fotografia Daniele Ciprì, che essendo a sua volta regista ha partecipato con capacità e delicatezza rare.