Cesare Pavese ed Elsa Morante il Fuoco sacro di due scrittori

Domani sul canale laF il romanziere di origini abruzzesi Paolo Di Paolo racconta i due grandi autori del ’900 tra successi pubblici e drammi privati
«È la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancora finito. Nel mio mestiere sono il re. In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora… Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente».
Cesare Pavese aveva solo 10 giorni da di vivere quando, il 17 agosto del 1950, annotava queste righe nel suo diario. Il giorno dopo avrebbe chiuso il suo diario con questa annotazione: «Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». La breve, disperata, vita dello scrittore piemontese sarà raccontata, domani sera, da Paolo Di Paolo, nel programma “Fuoco sacro – Il talento e la vita” in onda alle 21.10, su laF (canale Sky 135), insieme a quella di un’altra grande irregolare della letteratura italiana del Novecento, Elsa Morante, l’autrice di romanzi come “Menzogna e sortilegio” morta nel 1985 a 73 anni. Paolo Di Paolo, 37 anni, romano con un nonno abruzzese di Civitella Alfedena, autore di romanzi come “Mandami tanta vita”, finalista al Premio Strega del 2013, ripercorrerà le loro vite esplorando cosa si nasconde dietro l’immagine di questi scrittori tormentati che hanno dato vita a opere visionarie. Molti dei suoi libri sono nati da dialoghi: con scrittori come Antonio Debenedetti, Dacia Maraini, Raffaele La Capria, Antonio Tabucchi, di cui ha curato “Viaggi e altri viaggi” nel 2010, e Nanni Moretti. Di Paolo è autore anche di testi per bambini, fra cui “La mucca volante” (2014; finalista al Premio Strega Ragazze e Ragazzi), e per il teatro.
Da quell’annotazione del 17 agosto 1950 nel diario (poi pubblicato postumo, nel 1952, con il titolo “Il mestiere di vivere”) inizia il viaggio di Di Paolo nella vita di Cesare Pavese. Il successo con il Premio Strega non riesce a colmare quella che lui stesso definisce «un’angosciosa inquietudine». «Ora so qual è il mio più alto trionfo», scrive nel diario, «e a questo trionfo manca il sudore, manca la carne, manca il sangue, manca la vita. Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo il consuntivo dell’anno non finito, e che non finirò».
Arricchito dall’interpretazione di Pietro De Silva, il racconto ripercorre la vita dello scrittore, a 70 anni dalla morte, dall’infanzia nelle Langhe, che gli ispireranno il suo capolavoro, “La luna e i falò”, agli amori infelici, in particolare l’ultimo, per l’attrice americana Costance Dowling, di cui scriverà nelle ultime pagine del suo diario e nella raccolta di poesie “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Una sofferenza che lo porterà all’estrema decisione, anche se, come scrive nel diario poco tempo prima di morire: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla».
Al ritratto di Pavese seguirà il racconto della vita di Elsa Morante, interpretata da Sonia Bergamasco attraverso le parole del suo ultimo e romanzo, “Aracoeli”, scritto tra il 1976 e il 1982: la storia di un omosessuale quarantenne ossessionato dal ricordo dell’infanzia e dal rapporto con la madre deceduta, che parte per la Spagna in cerca delle sue origini «spinto da una pulsione disperata che stimola a cercare i morti non solo nel tempo ma nello spazio». Un libro in cui emerge la centralità del ruolo della madre nella narrativa di Elsa Morante e il doloroso conflitto materno che ha accompagnato tutta la sua vita fin dall’infanzia, vissuta nel quartiere Testaccio di Roma. Quando il libro viene pubblicato la scrittrice è sfinita dalla scrittura e dalle polemiche che il romanzo ha suscitato nella critica. Nel 1983, a pochi mesi dalla pubblicazione, tenta il suicidio. Non scriverà più e morirà due anni dopo per un infarto. A chiudere il racconto che della sua vita fa Paolo Di Paolo ci sono le parole di “Aracoeli” : «Ogni creatura, sulla terra, si offre. Patetica, ingenua, si offre: “Sono nato! eccomi qua, con questa faccia, questo corpo e quest'odore. Vi piaccio? mi volete?”. Da Napoleone, a Lenin e a Stalin, all'ultima battona, al bambino mongoloide, a Greta Garbo e a Picasso e al cane randagio, questa in realtà è l'unica perpetua domanda di ogni vivente agli altri viventi. Vi piaccio? Mi volete?».
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