«Che pacchia la vita con papà e gli zii ovvero i mitici Pooh»

ROMA. Anni Novanta. Esterno, notte. Mentre la folla applaude i suoi idoli, assiepata in stadi e piazze, due dodicenni si divertono a rendere quei concerti una corsa a ostacoli, arrivando perfino a...
ROMA. Anni Novanta. Esterno, notte. Mentre la folla applaude i suoi idoli, assiepata in stadi e piazze, due dodicenni si divertono a rendere quei concerti una corsa a ostacoli, arrivando perfino a manomettere un generatore di corrente nel bel mezzo dell’esecuzione di “Piccola Katy”. Non sono due vandali rockettari e antimelodici, ma i figli di Roby Facchinetti e Dodi Battaglia, rispettivamente voce e chitarra dei leggendari Pooh, oggi tornati finalmente insieme per la gioia dei fan e per celebrare il mezzo secolo di carriera. Un evento che, dopo il successo al Festival di Sanremo, dove il gruppo si è esibito con un medley dei brani più celebri, sarà festeggiato anche da Rai1 nel corso di una serata speciale, oggi, presentata da Carlo Conti. «Io e Daniele (oggi conduttore radiofonico e cantante, ndr) ci divertivamo a fare i cretini – racconta Francesco Facchinetti, dj, conduttore e musicista – Tra i 10 e i 14 anni ne abbiamo combinate di tutti i colori».
Prego, si confessi.
«Il nostro sport preferito era quello di falsificare autografi su vecchi dischi, locandine di spettacoli, magliette. Non ci limitavamo solo a quelli dei nostri genitori. Per fare i fighi e conquistare il cuore di qualche coetanea, ci inventavamo dediche di Celentano, Jovanotti e Vasco Rossi. Quando i nostri papà se ne accorgevano, ce le davano di santa ragione».
Com’è stato crescere con i Pooh?
«Mi sono formato all’ombra dei palcoscenici sui quali si esibivano. Avrò visto più di duemila concerti e i loro brani sono diventati la colonna sonora della mia vita. Con ognuno si è creato un rapporto speciale. Dodi Battaglia è come un papà bis, anche perché è il padre del mio migliore amico, Daniele. Stefano D’Orazio ci ha viziati tanto, perché non avendo figli è stato lo zio dal quale ti aspetti regali di continuo. Red Canzian è sorprendente: ha tantissime passioni».
E Riccardo Fogli?
«L’ho vissuto meno, anche perché ha abbandonato il gruppo nel 1973 quando non ero ancora nato. L’ho “studiato” recentemente, quando è salito sul palco dell’Ariston con gli altri quattro, che hanno voluto lasciargli la posizione centrale. Secondo me avrà pensato: “Ma chi me lo ha fatto fare di dire addio agli amici...” (ride, ndr). Mi ha emozionato, perché screzi e dissapori passano se c’è la volontà di unire. In questo mio padre è un aggregatore nato».
Se dovesse definirli con una parola?
«Una non basta. Sono unici, un’istituzione, fanno parte del Dna del Paese perché hanno scritto le colonne sonore di quattro generazioni. E soprattutto, sono degli highlander. Per loro il tempo non passa mai. Ma io conosco il loro segreto».
Ce lo sveli.
«Fare della propria passione un lavoro è un lusso che mantiene giovani».
Allora anche lei si candida a essere immortale.
«Non è che sia sempre stato tutto facile».
Si riferisce a chi l’accusa di essere un raccomandato?
«Sono un figlio d’arte e sono un privilegiato. I miei benefici li ho avuti. Da ragazzino non ho mai pagato un ingresso in discoteca perché regalavo a tutti i biglietti per i concerti dei Pooh. Ma non ho avuto la vita che molti immaginano. Con mio padre ho affrontato liti bestiali per il motorino. “Lo vuoi così tanto? Allora vai a lavorare e compratelo da solo” mi diceva. E così è stato. Non solo perché lui è un po’ “braccino”. Da uomo che ha conquistato dal nulla il successo ha voluto insegnarmi il valore dei soldi».
Ancora oggi regala i biglietti dei Pooh per ingraziarsi qualcuno?
«No, oggi uso i social per invitare gli amici a non chiedermi ticket. Li ho finiti!»
Una reunion da tutto esaurito.
«L’idea ha superato anche le più rosee aspettative. Del resto i Pooh hanno rivoluzionato la musica italiana. A mio padre avevo detto: prima di appendere le tastiere al chiodo devi suonare a San Siro, lo devi fare per i tuoi nipoti. Non si è lasciato pregare. E ora, per la prossima data, saremo in prima fila io, Mia (la figlia che ha con Alessia Marcuzzi, ndr), Leone(avuto dalla compagna brasiliana Wilma Helena Faissol) e la bimba che a breve mi renderà papà per la terza volta. Canteremo insieme a squarciagola».
Ci snocciola la sua playlist?
«Sono molto legato a “Chi fermerà la musica”, perché è stata simpaticamente usata da qualche comico (Sergio Sgrilli, ndr) per prendermi in giro; “Pronto, buongiorno è la sveglia”, perché è ironica, autobiografica; “Io sono vivo”, un bel racconto della notte. Ancora, “Uomini soli”, “Pensiero”... Ma la prego, mi fermi: sono i miei zii e li considero un mito».
Se dici Rolling Stones nessuno ti taccia di essere vecchio. Se dici Pooh, arriva qualcuno come Maurizio Gasparri, che twitta, dopo la loro esibizione a Sanremo, “ora a letto con il badante”.
«Noi italiani non riusciamo ad avere un rapporto sereno con il successo altrui. Gasparri avrebbe potuto usare Internet per fare altro. A ognuno le sue forme di comunicazione. Io sono come papà: viva la musica. E viva i Pooh!».
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