«Chiese, palazzi e natura tutto l’Abruzzo da salvare»

7 Aprile 2017

Il presidente regionale del Fai, Massimo Lucà Dazio: è fondamentale intercettare i fondi europei ma anche spenderli per cose che non abbiano un ritorno politico

di Ylenia Gifuni

Itinerari ritagliati tra i tunnel che attraversano gli Appennini, sotto il massiccio del Gran Sasso, alla scoperta di complessi sistemi idraulici. Luoghi di culto, come la chiesa di San Panfilo a Tornimparte, definita la Cappella Sistina abruzzese, che conservano tesori artistici di valore inestimabile ma sconosciuti al grande pubblico. Cappelle che custodiscono reliquie di Santi e testimonianze di arte barocca, mete potenziali del turismo religioso e mariano, o strutture vista mare che con pochi sforzi potrebbero diventare il cuore di un percorso culturale tra il museo D’Avalos, le terme e le cisterne romane nel Vastese. È l’altra faccia del turismo abruzzese: quello a corto raggio, invisibile nei circuiti internazionali poiché poco pubblicizzato, ma al tempo stesso a forte potenzialità di crescita. Ne abbiamo parlato con Massimo Lucà Dazio, presidente del Fai (Fondo ambiente italiano) per l’Abruzzo e il Molise, dopo il bagno di folla riscontrato nelle giornate Fai di primavera, il 25 e il 26 marzo scorsi. La 25esima edizione della manifestazione, incentrata sull’apertura straordinaria di alcuni luoghi di interesse storico, artistico e culturale, si è conclusa con 17mila partecipanti, tantissimi provenienti da fuori regione, distribuiti tra i 51 siti di 19 diverse località tra L'Aquila, Teramo, Chieti e Pescara.

Presidente, alla luce di questi risultati, l’Abruzzo può essere ancora attrattivo?

Siamo una regione che ha ancora tantissimo da offrire in termini di attrazione turistica. Domenica scorsa, ad esempio, in occasione dell’apertura del percorso tra i tunnel del Gran Sasso, abbiamo registrato 300 visitatori da tutte le parti d’Italia, ma altrettanti ne abbiamo dovuti mandare a casa poiché avevamo raggiunto il culmine delle prenotazioni. L’Abruzzo è pieno di luoghi meravigliosi, ma chiusi al pubblico e ancora poco conosciuti. I sindaci ci stanno dando una mano grandissima con l’organizzazione delle giornate Fai di primavera e per questo li ringrazio. Questi appuntamenti saranno replicati anche in autunno. Un aiuto altrettanto forte arriva dai giovani volontari, istruiti in tempi brevissimi, ma capaci di guidare i visitatori raccontando il territorio con attenzione e passione difficile da trovare altrove.

Ci elenchi qualche luogo poco conosciuto che merita di essere valorizzato.

Ogni anno scopriamo qualcosa di nuovo. A Tornimparte si trova la chiesa di San Panfilo, considerata la Cappella Sistina d’Abruzzo per il suo splendido ciclo di affreschi realizzati da Saturnino Gatti a fine ‘500, ma è in completa emergenza. A Bucchianico c’è una chiesa chiusa ormai da 50 anni, costruita nel Medioevo e poi ristrutturata nel ‘700 che rappresenta uno dei rari esempi di barocco abruzzese. Una situazione analoga la troviamo a Castel Frentano. A Vasto esiste un locale, posto di fronte al mare, che potrebbe essere valorizzato come la Casa Noha di Matera. A Castel Vecchio Subequo, nella cappella dei Conti di Celano, c’è una teca che custodisce le reliquie di San Francesco D’Assisi: si tratta delle bende con le quali si fasciava le mani quando aveva le stimmate, il cui sangue si scioglie una volta all’anno come quello di San Gennaro. È una storia che nessuno conosce e che il Vaticano sta approfondendo. Aprire questi luoghi vuol dire aprire gli occhi, la mente e il cuore delle persone che lo visitano.

Da dove bisogna partire per valorizzare questi posti?

Bisogna puntare sul bello dell’Abruzzo, poiché se siamo tra le regioni del mondo nelle quali si vive meglio qualcosa vorrà pur dire. Bisogna mettere il patrimonio ambientale, storico e artistico nelle condizioni di essere visitato. La fruibilità è fondamentale, ma anche la riconoscibilità. Più che pensare a cosa si può offrire, le istituzioni dovrebbero ragionare per individuare che cosa vogliono i turisti stranieri. Ad esempio gli svedesi non cercano solo il mare, ma anche l’acqua pulita, il cibo buono e un’accoglienza semplice e adeguata. Nessuno vuole Rimini in Abruzzo poiché da noi non ci sarà mai quel turismo di massa, ma una ricettività più naturale e d’élite.

Che cosa manca maggiormente?

Il recupero della vocazione naturale: meno infrastrutture e più prevenzione e manutenzione, poiché non bisogna dimenticare la dimensione dell’Abruzzo quale giardino d’Europa. Nel nostro Dna c’è un territorio costituito da paesaggio, cultura e ambiente. Per recuperare questa visione c’è bisogno di guardare al territorio con un po’ di poesia, con lo stesso sguardo d’amore di chi se n’è dovuto andare. C’è bisogno di un coinvolgimento dal basso, darsi da fare e lavorare insieme. Ma servono anche scelte politiche coraggiose, come quelle messe a punto a Santo Stefano di Sessanio con l’albergo diffuso e il divieto di costruzione.

Quante risorse servono?

Intercettare i fondi europei è fondamentale, ma serve anche spenderli per cose che non abbiano soltanto un ritorno politico. I Paesi sull’altra sponda dell’Adriatico li hanno utilizzati anche per ristrutturare i palazzi crollati con la guerra. Noi abbiamo i borghi più belli d’Italia, ma sono spopolati e in completo abbandono. Occorrerebbe un censimento di questi luoghi, iniziare da qualcosa e puntare poi sull’emulazione.

Chi li dovrebbe intercettare?

Comuni, Province e Regioni, ma anche i privati e le associazioni. Serve una condivisione della progettualità a tutti i livelli.

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