«Con l’Abruzzo ho legami antichi adoro il pane e la terra ancestrale»

19 Agosto 2017

Edith Bruck, scrittrice ungherese di nascita, dopo aver conosciuto, giovanissima, la tragedia dell’Olocausto – passando per i campi di sterminio di Auschwitz, Dachau, Bergen Belsen – vive da lunghi...

Edith Bruck, scrittrice ungherese di nascita, dopo aver conosciuto, giovanissima, la tragedia dell’Olocausto – passando per i campi di sterminio di Auschwitz, Dachau, Bergen Belsen – vive da lunghi anni in Italia e fin dal suo primo libro autobiografico “Chi ti ama così” del 1962 ha raccontato le atrocità della Shoah. Da allora Edit Bruck ha pubblicato molti volumi di narrativa e poesia, premiati e tradotti in diverse lingue e si è anche occupata di teatro, cinema e Tv.
Oggi presenta a Pescasseroli, prima ospite della rassegna “Lib(e)ri in scena”, il suo ultimo libro “La rondine sul termosifone” (La Nave di Teseo), alle 18 in piazza Benedetto Croce. Dolce omaggio alla memoria del poeta Nelo Risi (fratello del regista Dino), morto nel 2015 a 94 anni, dopo una devastante demenza senile. Nelo e Edit elettivamente affini erano insieme dal 1957.
Pescasseroli le ha evocato ricordi di legami con la terra d’Abruzzo?
«Sono felice dell’invito, Dacia è un’amica da sempre, insieme negli anni ’70 abbiamo fondato il Teatro della Maddalena di Roma. Con l’Abruzzo ho un legame antico e appassionato. Nel ’61 a Teramo è stato premiato uno dei miei racconti da “Andremo in città”, si intitolava “Il Cavallo”. La giuria era meravigliosa, c’erano Carlo Bo, il poeta Diego Valeri, Giacomino Debenedetti. Anche a Penne negli anni ’80 ho preso un premio per “Lettera alla madre”.
C’è in lei una familiarità con questa terra?
Familiarità è la parola giusta. Per vicende artistiche spesso sono stata in Abruzzo. Ho girato un mio film all’Aquila, “Improvviso”, da una sceneggiatura scritta da me nel ‘79. La terra abruzzese è gentile come i suoi abitanti, che con semplicità ti sanno accogliere. Adoro il pane e la terra ha qualcosa di ancestrale, c’è qualcosa delle origini, è umana».
La prima volta a Palazzo Sipari, casa di Benedetto Croce?
«Sì, forse sì, ma l’abitazione del filosofo non la conoscevo, mentre ho visitato la casa di Croce a Napoli. Ho dormito lì con Nelo nella casa, era il 2010 e ritiravamo un premio. Negli anni Sessanta avevo conosciuto una delle figlie di Croce».
Le sue preferenze letterarie?
«Per me leggere è una fonte di piacere, leggo sempre e di tutto. Amo molto Erri De Luca, mi piace Paolo Di Paolo e Domenico Rea è uno scrittore che stimo. Leggo molta poesia. Ricordo Ennio Flaiano, l’amico pescarese, insieme andavamo a cenare da “Cesaretto” in via della Croce. C’erano tutti: Salvatore Bruno, Fabio Carpi, Luciano Salce, Rosi, Sandrino Viola, Sergio Saviane…»
Sta scrivendo in questo momento?
«Non pensavo di farlo, è successo. Dentro un antico inginocchiatoio ho scoperto mille ricordi, foto, biglietti, oggetti, poesie inedite di una vita. Poi ho fatto un sogno in cui dicevo nel letto a Nelo: “Non oso muovermi, perché ho paura di urtarti”. Mi sono svegliata e ho iniziato a scrivere una lunga lettera a mio marito. Sarà un libro in questa forma epistolare».
Giovanna Nicolai
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