Cristo nell'arte, una lettura storica e contemporanea

3 Novembre 2015

Il critico Demetrio Paparoni venerdì 6 novembre alle ore 18, ospite a Pescara del #FLA2015, presenterà in anteprima nazionale il suo libro "Cristo e l'impronta dell'arte"

PESCARA. Venerdì 6 novembre alle ore 18, a Casa d’Annunzio in corso Manthonè a Pescara, nell’ambito della tredicesima edizione del Festival delle letterature dell’Adriatico (#FLA2015), il critico d’arte e saggista Demetrio Paparoni presenterà in anteprima nazionale il suo libro "Cristo e l’impronta dell’arte" (Skira, Milano, 186 pagine, 28 euro). Il saggio sarà in vendita nelle librerie proprio il 6 novembre, mentre l’11 novembre sarà presentato a Milano, nella sala dell’Arciconfraternita del Museo Diocesano, con il critico scrittore e poeta Aldo Nove e l’attore e autore teatrale Moni Ovadia.
Considerato uno fra i più attenti studiosi e osservatori dell’arte contemporanea, autore di monografie di grandi protagonisti della scena internazionale e curatore di mostre d’arte, Paparoni (Siracusa 1954) con il suo ultimo saggio racconta come gli artisti hanno affrontato nella loro opera il rapporto con il trascendente, e in che modo hanno trattato l’immagine di Cristo allo scopo di rendere visibile l’invisibile. Dopo aver affrontato con il saggio "Il bello, il buono e il cattivo" (Ponte alle Grazie, 2014) il ruolo della politica nell’arte e la sua forte influenza soprattutto negli ultimi cento anni, con "Cristo e l’impronta dell’arte" Paparoni esamina il modo in cui gli artisti di oggi – e non solo quelli occidentali o cristiani - hanno ridisegnato sul piano iconografico, e inevitabilmente teologico, la figura di Cristo alla luce dei mutamenti storici e dello sviluppo di nuovi linguaggi.

Questo libro arriva a pochi mesi dalla mostra che ha curato a Sansepolcro, "La Sindone e l’impronta dell’arte”. La Sindone è effettivamente l’immagine per eccellenza della fede Cristiana, ma anche la Croce è il simbolo per eccellenza del Cristianesimo, con tutto ciò che ne consegue in termini di Crocifissione, Deposizione, Pietà, Dolore… Volto o Croce: qual è secondo lei il simbolo che ispira maggiormente gli artisti contemporanei?
"Cristo e l’impronta dell’arte ha una sua genesi. È nato come scritto per il catalogo della mostra “La Sindone e l’impronta dell’arte” al museo di Sansepolcro, ma poi mi sono ritrovato nella rete: non riuscivo a staccarmi da questo tema. La scrittura può essere come una droga, il che non necessariamente è positivo. Ero vincolato alla presenza degli artisti in mostra e nello stesso tempo volevo molto ampliare la mia area di indagine. Così del libro ne esistono due edizioni, una non in vendita, con il titolo della mostra e con l’aggiunta delle foto dell’esposizione, e una per le librerie, che è quella che presentiamo qui a Pescara. Se non avessi avuto una scadenza da rispettare per la stampa del catalogo starei ancora lavorando al libro. Questo spiega perché nel libro si parla tanto dell’impronta del corpo di Cristo. Ma anche di impronta del corpo in generale, basti pensare alle pagine dedicate a Yves Klein. E sempre questo spiega perché il tema del libro non è la crocifissione e non si dà spazio al Cristo risorto. La mia attenzione è rivolta invece alla deposizione e al seppellimento. Ma ovviamente non si può parlare di Cristo senza far riferimento al modo atroce in cui è morto, dunque alla crocifissione".

E infatti, tornando al racconto del Vangelo e alle immagini simboliche così come le analizza nel suo saggio, da Giotto a Minjun passando per Caravaggio e Beckmann, la Deposizione dalla Croce appare uno dei racconti più "gettonati" dagli artisti negli ultimi sette secoli…
"Gli artisti che si accostano oggi a questi temi non sono interessati al volto di Cristo e alla crocifissione in relazione ai racconti evangelici. Non possono fare a meno di guardare la Storia dell’arte, e poiché la storia dell’arte è costellata di ritratti di Cristo e di crocifissioni, affrontano almeno una volta nella loro vita l’argomento, adattandolo a una narrazione da tempo sempre più estranea ai testi evangelici. L’interesse degli artisti è rivolto al linguaggio prima ancora che al soggetto, così il soggetto diventa un pretesto per sperimentare un linguaggio. Nel libro la mia attenzione è rivolta al fatto che nelle deposizioni dalla croce gli artisti hanno spesso dovuto ritrarre i soggetti con una postura improbabile. Tutto sembra perfetto, eppure, se si guardano bene le persone sulle scale che si accingono a portare giù dalla Croce il corpo di Cristo ci si rende conto che se avessero realmente assunto quella postura sarebbero cadute rovinosamente. In alcuni casi, come nel polittico di Grünewald, mi ha interessato il risvolto psicologico del dipinto, che mostra un Cristo coperto di piaghe perché a lui si sarebbero rivolte persone affette da gravi malattie della pelle. Insomma, ogni quadro ha una sua storia. Ho affrontato l’argomento seguendo i miei pensieri, senza dare peso alle buone regole dello storicismo e della critica d’arte. Il libro procede per innamoramenti e per idiosincrasie, segue le ossessioni nelle quali è riuscita a cacciarmi la scrittura".

Prendendo in esame l'opera di Samorì, lei ha sottolineato come l'artista che si accosti all'arte del passato traducendola nel linguaggio della contemporaneità non possa fare a meno di “tradirne il senso”, altrimenti – scrive – ci troveremmo a vedere delle copie. La conclusione di questa analisi qual è? L'arte sacra non esiste più nonostante l'ispirazione? Cos'è oggi la Croce per il mondo artistico cristiano?
"Il sacro non è esclusivo territorio della religione e del cristianesimo. I testi sacri sono anche testi letterari, sono espressione di una narrazione potente. Da quel che posso capire l’arte manifesta più una dimensione spirituale che una dimensione sacrale. Io vedo il sacro come una forza enorme che trascende l’umano, e per questo ci attrae e nello stesso tempo ci atterrisce. Siamo stati educati ad aver paura di peccare. Ed è probabilmente per questo che ci piace così tanto peccare. Laddove l’opera d’arte esprime un monito morale questo è rivolto all’azione dell’uomo, ma non vuole atterrirci mostrandoci le conseguenze che le cattive condotte avranno nella vita ultra terrena. L’arte cerca la dimensione spirituale che è in ognuno di noi, non quella sacrale che sovrasta e trascende la nostra esistenza".

Secondo lei esiste ancora un Cristo da interpretare e a cui ispirarsi? O siamo alla rielaborazione di uno stereotipo da maltrattare o strumentalizzare a seconda della bisogna (moda, paure, commercio...)?
"Dall’Illuminismo in avanti la figura di Cristo si è progressivamente laicizzata. Sebbene abbia mantenuto un’aura sacrale, ha progressivamente perso il carattere religioso. Un esempio di questa svolta e di come la figura di Cristo è evocata da soggetti estranei alla religione ci viene dalla Morte di Marat di Jacques-Louis David, del 1793. Nel dipinto la posizione del braccio del cadavere di Marat, che è stato un politico amato dal popolo, morto per il ruolo che incarnava, evoca in maniera inequivocabile il braccio di Cristo nella Deposizione di Cristo nel sepolcro di Caravaggio, del 1602, ma anche di molte altre importanti opere su questo stesso tema. Il dipinto di David è un esempio di come l’iconografia di Cristo sia persistente anche in rappresentazioni che non hanno niente di sacro. È a partire dall’Età dei Lumi che la figura di Cristo si laicizza sempre più e viene assunta dagli artisti per rappresentare in maniera simbolica la sofferenza umana. Pensi, avvicinandoci nel tempo, a Chagall. Nei suoi dipinti la figura sulla croce è sempre un ebreo, mentre la narrazione dell’opera rimanda alle vicende dei pogrom russi, cioè ai massacri e ai saccheggi subiti dagli ebrei russi tra il 1881 e il 1921, ma anche alle persecuzioni naziste. Le sue crocifissioni sono dunque estranee al contesto delle rappresentazioni religiose cristiane del passato. Resta il fatto che ogni qualvolta un artista si è voluto confrontare con la Storia dell’arte non ha potuto fare a meno di confrontarsi con le diverse rappresentazioni della narrazione cristiana. E poiché la figura di Cristo è stata laicizzata, essa si presta perfettamente a essere adattata alle narrazioni che ci vengono dai media o dagli eventi contemporanei".

Affrontando il tema del rapporto tra arte e propaganda nel saggio che ha dato alle stampe lo scorso anno, ha preso in esame il condizionamento della politica sull'arte negli ultimi cento anni. Con il nuovo saggio sembra quasi che abbia volutamente recuperato quello che è stato il grande peso che la Chiesa ha avuto nell'arte. Nell’arte contemporanea questo peso esiste ancora?
"Oggi tanto la politica quanto la Chiesa non hanno influenza sul lavoro degli artisti. Se l’arte subisce influenze, quelle semmai arrivano dalla “nuova finanza internazionale postideologica”. La chiesa ha influenzato l’arte fino alla prima metà dell’Ottocento, dopo l’arte si è mossa in piena autonomia. Nel mio libro faccio riferimento all’influenza che la Riforma e la Controriforma hanno avuto sul lavoro degli artisti. Non è la fede in quanto tale a interessarmi, ma cosa si nasconde dietro questo fenomeno. Perché abbiamo fede? Perché abbiamo bisogno di credere in qualcosa? In quest’ottica poco importa se questo qualcosa in cui sentiamo l’esigenza di credere è la religione, l’ideologia, la politica, la scienza, o l’occultismo. Sono interessato a com’è cambiato il nostro modo di rapportarci al trascendente e come tutto ciò si manifesta nell’arte. Negli ultimi anni ho assorbito questo tema dal mio serrato rapporto con Wang Guangyi, artista cinese che ha posto queste domande al centro della sua poetica".

Lei il 6 novembre tornerà dopo tanti anni a Pescara e in Abruzzo. C’è qualche artista contemporaneo abruzzese che conosce e apprezza?
"Franco Summa ed Ettore Spalletti. Ho seguito in passato i loro lavori e per Spalletti sono stato anche a Pescara, dove conobbi il gallerista Pieroni. Il mio primo scritto in assoluto lo ha pubblicato Summa a Pescara (sui “Quaderni del Centro Documentazioni Arti Visive” che curava insieme ad Adina Riga, ndr). Ero un ragazzo alle prime armi, non ricordo l'anno (1978, ndr). Summa è stato un artista importante per il suo rapporto con l'ambiente, non pensava l'arte nel chiuso di una galleria. Il primo periodico che ha pubblicato un mio scritto è stato invece “Segno”, che si stampa a Pescara. Me lo ricordo ancora: era uno scritto sugli Oleogrammi. Da allora sono sempre rimasto in contatto con Lucia Spadano e Umberto Sala. Con la loro rivista, Segno, fanno un lavoro eroico, diffondendola peraltro alle fiere dell’arte. Hanno anche fatto sì che il nome di Pescara comparisse nelle bibliografie di diecine di migliaia di artisti di tutto il mondo".
(Luigi Di Fonzo)

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