D’Amore: tutti amano Ciro per me lui non è una gabbia ma Caracas mi assomiglia

L’attore e regista parla del suo nuovo film che ha presentato a Pescara «È una storia d’amicizia fuori dagli schemi nella quale mi sono perso»
PESCARA. Doppio appuntamento abruzzese per il regista e attore Marco D’Amore ospite ieri al The Space di Montesilvano e al Multiplex Arca di Spoltore per presentare il suo nuovo film “Caracas”. Dopo il successo di “Gomorra – La serie”, in cui ha interpretato il ruolo di Ciro Di Marzio e diretto le ultime stagioni, e dopo i film “Napoli Magica” e “L’immortale”, D’Amore torna con una pellicola tratta dal romanzo “Napoli ferrovia” di Ermanno Rea. Uscito al cinema il 29 febbraio, “Caracas” racconta la storia dello scrittore Giordano Fonte (Toni Servillo), di Caracas (Marco D’Amore), un militante di estrema destra che sta per convertirsi all’Islam, e della sua amata Yasmina (Lina Camelia Lumbroso), sullo sfondo di una Napoli dai toni cupi.
D’Amore, come descriverebbe il suo film?
“Caracas" trae spunto da un romanzo che racconta l’amicizia paradossale tra un vecchio scrittore e un giovane estremista che decide di convertirsi all’Islam. Ne nascono momenti di scontro, confronto, repulsione e amore al punto da trasformare lo scrittore in una macchina da sogni che produce visioni, incubi, premonizioni. Il grande gioco del film è che tende a interrogare lo spettatore: “ma questo Caracas esiste davvero, è frutto della scrittura o è un demone dello stesso scrittore?”.
Perché proprio il romanzo di Rea?
Il merito è di Luciano Stella, presidente di Mad Entertainment, che ha prodotto il film con Picomedia. Me lo ha regalato mentre giravamo “Napoli Magica”. Mi ha raccontato con entusiasmo questa storia nella quale io mi sono perso: ho visto non solo la possibilità di raccontare una storia fuori dagli schemi, ma ho letto questa visione ulteriore della vicenda, attraverso il mistero delle cose che accadono, ma non si capisce quando, e dei personaggi che si deformano con la fantasia di chi scrive.
Da allievo di Toni Servillo è passato a dirigerlo. Cosa si prova?
Questi sono gli scherzi belli che ti fa la vita. Ho iniziato a recitare con Toni a 18 anni. In 25 anni abbiamo condiviso tante ore di palcoscenico, il mio primo film da protagonista, confronti, consigli, curiosità. Fare questa capriola è stata un’esperienza fondante della mia carriera. Misurarsi con un gigante ti mette alle prese con i tuoi limiti e prova a farteli superare. E poi mi ha dato ancora di più la dimensione di che essere umano sia Toni. Prima di iniziare mi ha detto: “dimentichiamoci che io sono Toni e tu Marco, tu sei il mio regista e io sono al servizio del tuo film”.
È più semplice essere diretti o dirigersi?
Recitare per qualcun altro un po’ ti deresponsabilizza perché ti affidi allo sguardo e alla capacità altrui. Quando questi due ruoli coincidono, in più con uno come me iper critico verso sé stesso, è più complicato. Ma sono agevolato dal mio gruppo scelto in 10 anni di lavoro.
Lei assomiglia a Caracas?
Siamo agli opposti per biografia, scelte, visione della vita. C’è però una cosa molto profonda che ci rende quasi uguali: il disperato bisogno di trovare un posto nel mondo che ci accolga. Lui esaspera questa ricerca nell’estremismo politico, religioso, nelle passioni. Io sono più misurato, ma questa ossessione la sento rispetto al mio lavoro perché il palcoscenico prima, e il set poi, sono gli unici luoghi in cui io riesco magicamente ad attivare una bussola.
Quanto è ingombrante Ciro nella sua vita?
L’altro giorno sui social, un ragazzo ha scritto: “per noi sarai sempre e solo Ciro Di Marzio”. E io ho risposto “eh, per voi”. Lo capisco e sono grato a quel personaggio che non è mai stato una gabbia, ma un paio di ali per volare altissimo. Però chiaramente sento di avere la possibilità e la capacità per raccontare anche altro. Se sarò in grado di portare con me gli spettatori ben venga, altrimenti… c’aggia fa?
Cosa ama e cosa odia di Napoli?
Amo l’incredibile bagaglio culturale che la città destina ai propri figli senza che noi si abbia alcun merito. Intendo una tradizione che passa per le esperienze di attori, registi, letterati, musicisti, pittori e di cui oggi abbiamo ancora memoria. Questo ti cambia il modo di parlare, di pensare e di vedere la vita. Una cosa che non mi piace della mia città è che noi facciamo grande difficoltà a fare sistema. Parlo di un sistema bello, che metta insieme le diversità degli artisti per creare “impresa”, intesa sia come organizzazione produttiva, ma anche come volontà di rischiare e avventurarsi su percorsi poco battuti, di raccontare la città in un modo diverso, come ho provato a fare in “Caracas”.
Conosce l’Abruzzo?
Innanzitutto l’Abruzzo è stata la terra prediletta dei miei genitori per le nostre vacanze da bambini, trascorse tra Vasto e Ortona. Poi ho avuto la fortuna di girare tanto questa regione grazie al teatro, e ho avuto l’onore di vincere il Premio Flaiano. Essendo un suo lettore ossessionato, quando l’ho saputo, mi è venuto da piangere.