D’Annunzio e Flaiano quei due malinconici abruzzesi nel Novecento di Arbasino

Nel libro dell’autore di “Fratelli d’Italia” traccia i profili dei due grandi pescaresi provinciali ma cosmopoliti con il gusto della conversazione colta
di Giuliano Di Tanna
D’Annunzio? E’ «il più polimorfo degli italiani», un abruzzese «che ha affrontato l'Italia così com'era a quei tempi, tentando di analizzarne gli aspetti col soccorso dell'immaginazione visionaria».
Flaiano? «Benché pescarese come D’Annunzio, Flaiano possedeva il sense of humour pronto e l’amarezza fondamentale così peculiari nel nostro profondo Sud. E mentre il concittadino Immaginifico sfoggiò per tutta la vita qualche marcia in più, per sbandierare “la carriera fatta”, Ennio dissimulava con pudore la palla al piede di una tristezza antropologica e personale, e i freni dell’autocritica lucidissima».
Melanconico lo scrittore di “Diario notturno”, polimorfo l’autore del “Notturno”: per Alberto Arbasino, i due grandi pescaresi sono come due pezzi incastrati del puzzle del Novecento lettetrario italiano. E sono due (gli unici abruzzesi) dei 93 tasselli che compongono il mosaico di “Ritratti italiani”, il libro (si legga la scheda a destra) con cui lo scrittore di “Fratelli d’Italia” tratteggia – alla sua maniera, frammentaria e aforistica – il grande affresco del Belpaese nel Novecento.
Melanconia e polimorfismo accomunano Flaiano (scrittore, sceneggiatore, documentarista) e D’Annunzio (il pessimismo percorre tutta la sua opera e la sua vita sotto la scorza del vitalismo). Due arci-italiani che, paradossalmente, erano (sono) più in sintonia con le grandi correnti estetiche internazionali di tanti contemporanei ed epigoni. radicalmente provinciali e, nonostante questo (o proprio in virtù di questo), cosmopoliti.
«Quali miti e leggende riesce a elaborare anche nella corrispondenza più quotidiana fra modesti indirizzi tipo Anacapri, Francavilla a Mare, Via Piemonte a Roma», scrive a proposito di D’Annunzio. «Altro che luoghi dei grandi viaggiatori e degli insigni mondani. E che gettito e sperpero di energie, sentimenti, passioni. Altro che gli “ego” e la famigliuole e le infanzie caserecce e le parentele e i pensierini della successiva letteratura italiana da condominio e da tinello, coi dispiaceri e i disturbi da portineria e da pianerottolo».
D’Annunzio, «un piccolo abruzzese quasi calvo, col mento troppo aguzzo e le braccia troppo magre», secondo Arbasino, riesce a mettere insieme «in una provincia periferica la più monumentale enciclopedia del Gusto nel decadentismo europeo; e non di rado incappa nella Poesia, strada facendo».
Flaiano, per Arbasino, è soprattutto un complice nel culto della leggerezza e della sprezzatura nella Roma degli anni Cinquanta in cui cosmopolitismo e provincialismo, sguaiatezza mediterranea e anglofilia, si mischiavano in maniera assai inestricabile; la Roma della Dolce vita di Fellini che era anche, e soprattutto, quella di Flaiano che di quel film rapsodico ed epocale scrisse la sceneggiatura. «I caratteri di Flaiano uomo e di Flaiano scrittore erano l’ironia e la malinconia, la disillusione e il disincanto e una delicatezza d’animo ferita, profonda e un po’ lontana in un’epoca che, in una delle ultime interviste, egli definiva “sciattona e “sgangherata”».
Flaiano, scrive Arbasino, «si sentiva un classico minore – e questo lo ha scritto e ripetuto parecchio – e, in quanto classico, duraturo, oltre a provare un innato orrore per la volgarità. La volgarità romana, la volgarità del cinema buzzurro, la volgarità del giornalismo burino, la volgarità degli ambienti signorili che ci capitava di frequentare, la volgarità naïve , volgarità spontanea ma che poteva ferire un animo sensibile, oltre tutto con certi dubbi circa la satira».
La satira. «È probabile», scriveva di se stesso Flaiano, «che io sia un antico romano che sta qui ancora, dimenticato dalla storia, a scrivere cose che gli altri hanno scritto molto meglio di me, cioè, Catullo, Marziale, Giovenale».
La letteratura satirica, ricorda Arbasino a proposito della Roma (e dell’Italia) sua e di Flaiano, «veniva considerata, e lo è tuttora, con un certo sospetto, perché la letteratura deve essere o seriosa o accademica oppure comicità volgare, bassa, quella che oggi passa in televisione». «Tant’è vero», aggiunge, «che non solo Flaiano ma anche Gadda, che era Gadda, diceva: “Vorrei essere considerato uno scrittore umoristico, se umoristico non avessa una connotazione ferroviara in Italia”».
Il paradosso di quella generazione letteraria di cui Flaiano e Arbasino (pur con differenza d’età) fecero parte, quella del dopoguerra e del Boom, sta nel fatto che essa fu forse l’ultima che consacrò se stessa al culto settecentesco della conversazione civile, speziata di motti e aforismi. Eppure, annota l’autore di “Un Paese senza”: «Nella narrativa italiana di allora non si trova l’eco di quella conversazione ininterrotta così brillante, così estrosa, che era poi la conversazione non soltanto romana, del gruppo del Mondo (Pannunzio, Flaiano, De Feo, Ercolino Patti, Gabriele Baldini, e altri), ma anche di vari ambienti fiorentini, milanesi, veneziani. Non rimane la memoria orale di quella conversazione vivida. Casomai, si trovano, in certe raccolte di epistolari, la tristezza della sedentarietà e la limitatezza provinciale di orizzonti, ahimè, su cui Flaiano è ritornato, perché questo è stato uno dei suoi temi».
Oggi, quella conversazione – che era anche letteratura «spezzettata» nella tradizione di Lichtenberg o Nietzsche o Kraus – «certamente non esiste più», scrive Arbasino.
«L’opera fondamentale del pensiero italiano degli ultimi due secoli è dopo tutto lo Zibaldone di Leopardi, un’opera frammentaria e postuma».
«Ma, nella sua totalità», scrive ancora l’autore di “Ritratti italiani”, «l’opera di Flaiano, frammentaria e postuma per definizione, è un’opera non molto minore, come quella dei grandi autori di frammenti».
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