Da Domenico a David l’arte come lessico familiare

30 Novembre 2014

Da Paterno, nella Marsica, padre e figlio pittori nella Roma di Moravia e Bellezza «Restavo sveglio fino alle 3 di notte ad ascoltare papà e i suoi amici artisti»

di Domenico Ranieri

Intellettuali entrambi, diversissimi nella loro vocazione artistica, ma accomunati dal loro essere in controtendenza. Usano spesso ironia e paradosso per parlare il linguaggio dell’arte, anche e soprattutto quando non è allineata al potere. Domenico Colantoni e il figlio David, marsicani di Paterno, frazione di Avezzano, sono due interpreti del nostro tempo. L’uno si ciba del sapere dell’altro, entrambi come sanguisughe della conoscenza. Il loro background è impressionante, tante e tali sono state le frequentazioni. In primis, Alberto Moravia, un maestro della letteratura, ma anche il regista Robert Altman, i massimi esponenti del surrealismo e poi tutto il mondo dell’intellighenzia romana.

Domenico Colantoni ha esposto in tutto il mondo e le sue opere sono considerate di grande valore dai critici e dagli appassionati. Svaria dai disegni alle nature morte, dalle vignette alle georghiche, passando per i personaggi famosi e le coppie fino ad arrivare alla regia. David, poeta e pittore, grande amico e allievo di Aldo Rosselli, è da sempre affascinato dalla scienza e dalla tecnologia protagoniste del suo mondo artistico. Ma come si sono influenzati reciprocamente i due artisti?

«Mio padre mi ha influenzato moltissimo», spiega David, «ma più che altro sono stato influenzato dall'ambiente in cui lui viveva. Sono cresciuto in un contesto di comunità degli anni ’70. A Roma c’era la casa dell'infanzia e i miei primi ricordi erano di papà giovane con altri artisti giovani. Io mi nascondevo dietro il muro della cucina e restavo sveglio fino alle 3 di notte ad ascoltarli. Poi, quando qualcuno andava al bagno, correvo subito in camera per paura di essere scoperto. Sentivo quei dibattiti tra intellettuali che mi hanno formato e molto impressionato tanto da proiettarmi verso questo mondo».

Il padre sorride divertito, ignaro dell’aneddoto di suo figlio che ascoltava di soppiatto le loro chiacchierate notturne.

«Aveva 6 anni e ha preso in mano il pennello», ricorda, «disegnava le guerre tra astronavi e popoli della terra. Battaglie, battaglie in continuazione. Un giorno, quando aveva solo 8 anni, venne a casa nostra il celebre sarto Angelo Litrico, che all’epoca cuciva addirittura i vestiti e i cappotti a Krusciov. Acquistò un suo quadro di natura morta e lo pagò 100mila lire. Ebbene, con quei soldi, all'enoteca Buccone di via Ripetta, dove andavamo spesso con tutta la famiglia, un giorno offrì champagne e uova di quaglia a tutti i poeti – ricordo che c’erano Dario Bellezza, Ugo Moretti, Elio Pecora, tra gli altri – che in cambio gli fecero firmare un famoso album che riportava le firme dei più grandi artisti, compreso Guttuso».

Padre e figlio sono qui, in redazione, seduti uno a fianco all’altro, legati da un filo invisibile, un’energia intellettuale che non li abbandona nemmeno per un attimo. «Io non ho mai fatto niente per spingerlo a fare questo mestiere», continua Domenico, «ma faceva impressione per come disegnava. Era come se qualcosa di magico gli fosse entrato dentro e lui disegnava come un adulto. Non mi faceva vedere niente ed ero io, di nascosto, che andavo a vederli, non era esibizionista. Era poi un grande lettore e quando gli regalai l'enciclopedia per bambini Quindici, lesse tutti i volumi».

«Qualsiasi bambino», interviene David, «in un ambiente adatto può essere un creativo. La passione per scienza, astronomia sono declinati nell'arte, Io sono affascinato dalla scienza. Ho avuto varie fasi: l'elettronica, la filosofia e ho sempre assecondato le mie inclinazioni artistiche».

«L'arte è qualcosa che ti viene spontanea», precisa Domenico, «e una volta Moravia apprezzò una mia considerazione: “L'arte è come il bacillo di Koch: se si rompe ti viene la tubercolosi. Ebbene, quando si rompe il bacillo dell’arte, automaticamente viene fuori l'ispirazione”».

La pittura morbida e pulita di Domenico, l’arte d’avanguardia, un po’ fusion, di David. «Siamo la generazione dei primi videogames, quella generazione invasa dall'esplosione della tecnologia», osserva il giovane.

«Pensate», ricorda Domenico, «che avevamo i vasi in terrazza, ma i fiori si seccavano. Allora, David mise dei led in mezzo alla terra che si accendevano per ricordarci di annaffiare i fiori».

Cosa avete preso l’uno dall’altro? «Da lui ho preso la dialettica dell'immagine», spiega David, «io lavoro sulle icone delle armi, del mondo militare e tecnologico, sul potere e sul rapporto dell'arte con il potere che è anche un lavoro di ricerca stessa di questo rapporto. Negli anni Settanta mio padre faceva dei disegni ed erano anni di grossa politicizzazione. Ricordo la polizia che ci fermava, le pistole puntate contro i miei genitori che erano capelloni. Era il periodo delle Br e mio padre faceva disegni di critica sociale».

«Ho disegnato satira per tre giornali importanti», gli fa eco Domenico, «il Caffè di Licari, Pace e guerra di Luciana Castellina e Numero zero. Cosa mi ha ispirato di lui? Dei quadretti in controluce incredibili che mi hanno affascinato e che ho adottato».

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