Da “Mare Fuori” a “Storie” Galasso: io e mio figlio siamo nemici solo sul set

L’attore pescarese, in scena col figlio Nicolò nella serie cult, si racconta «Volevo diventare ufficiale militare, poi ho puntato tutto sul teatro»
A una domanda all’apparenza semplice, risponde citando Dante, Leopardi e Pessoa. E poi Omero e Orazio Costa. Sullo sfondo c’è “Mare Fuori”, la serie tv che è diventata un successo virale. Sul set di “Mare Fuori”, il pescarese Domenico Galasso ha interpretato Alfonso, il papà di Gaetano ’o Pirucchio. E nella vita vera, Alfonso e Gaetano sono davvero padre e figlio: Domenico è il papà di Nicolò Galasso, ormai sulla rampa di lancio. Nella fiction, Alfonso piange la morte di Gaetano che si fa uccidere per non diventare un assassino. È Domenico Galasso un altro ospite di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete8 in collaborazione con il Centro in onda stasera alle ore 21 per la regia di Antonio D’Ottavio. «“Mare Fuori” unisce il tempo dell’adolescenza in cui tutto diventa totale e assoluto ai meccanismi della tragedia greca che poi», dice Galasso, «è un po’ la stessa cosa del sistema mafioso in cui le colpe dei padri ricadono sui figli. Ma è un incastro in cui l’umanità cerca di liberarsi».
Galasso non è soltanto un attore: ha interpretato ruoli in “Don Matteo” e “Squadra Antimafia”, vive per il teatro, ma è anche un docente dell’università d’Annunzio di Chieti-Pescara: insegna Letteratura interpretativa e dizione.
Perché ha voluto fare l’attore?
«Non ci avevo mai pensato di fare l’attore. Finito il liceo classico, mi preparai per il concorso all’Accademia militare di Modena per diventare ufficiale: avevo un ideale ottocentesco e cavalleresco della vita dell’ufficiale, però già lì mi chiamavano l’ufficiale poeta».
E perché?
«Evidentemente perché erano in nuce una particolare attenzione e cura nell’uso delle parole e nell’espressività. C’era, probabilmente, una qualità emotiva che emergeva nella relazione con i compagni».
E poi cos’è successo?
«L’ideale ottocentesco e cavalleresco mi è crollato e, nel momento in cui mettevo la firma per gli 8 anni successivi, ho pianto e mi sono detto che quello non era il mio futuro».
Ha scelto un’altra strada?
«Ma io non ce l’avevo un’altra strada: Antonio Machado diceva che la strada si fa camminando e così è stato anche per me: ho lasciato la strada già pronta e mi sono incamminato per una callaia. All’orizzonte non c’era niente».
I suoi genitori cosa le dicevano?
«Partecipai a una manifestazione che si chiamava “Prima del teatro”, a Bagni di Lucca, insieme a una ventina di aspiranti allievi selezionati in tutta Italia: una settimana di laboratori tenuti dalle più grandi scuole di recitazione d’Italia e a fare da supervisore c’era un personaggio, Ron Argelander, direttore del Department of drama della New York university. Alla fine della settimana, mi incontrò per caso nei vicoli di Bagni di Lucca e mi disse: “Hai talento, questa è una responsabilità e cerca assolutamente di fare teatro”. Il giorno dopo lo raccontai a mia madre, all’epoca avevo 22 anni, e mi disse: “Prova, non lasciare intentato”. A lei devo tutto».
E lei cosa ha detto a suo figlio quando le ha detto: “Papapà voglio fare l’attore”?
«Io vivevo a Pescara e lui a Milano. Al compimento dei suoi 9 anni mi chiese in dono una copia della “Divina commedia” e io gliela mandai attraverso un mago durante la sua festicciola. Da quel momento, passavamo la sera al telefono, lui a Milano e io a Pescara, a fare la scansione dei versi, a sillabare e a scegliere dove mettere gli accenti. Poi a 10 anni è venuto a vivere con me e immediatamente mi ha chiesto di recitare e fare l’attore. Per evitare che si trattasse di una scelta indotta, ho cercato di fargli vedere altro e, per due anni, ha studiato violoncello. Ma a 12 anni mi ha detto: “Papà, io voglio recitare”. Ormai, era proprio una sua scelta e quando facevamo lezione a scuola rispondeva in maniera meravigliosa. A me interessava che fosse davvero la sua passione perché una passione non può essere indotta: è importante che ognuno si faccia carico della propria passione perché questo mestiere non è fatto solo di successi ma anche di fallimenti e sofferenze. Ecco perché ognuno deve tenersi la responsabilità delle proprie scelte: scegliere sempre è importante».
Chi è più bravo, lei o suo figlio Nicolò?
«C’è un passo dell’Iliade in cui Ettore incontra Andromaca alle porte Scee, lui prende in braccio il figlio e dice: vogliano gli dei che un giorno si possa dire di te, tornando tu dalla battaglia con le armi del nemico, è più bravo del padre».
Com’è stato recitare con suo figlio Nicolò?
«Molto bello e molto strano perché si trattava di un’adesione dei due ruoli, quello in scena e quello nella vita, ma con una relazione diversa. È stato molto emozionante e confesso che, la notte prima di girare la scena del funerale, ho avuto difficoltà a prendere sonno: ero tormentato. Poi, è stato bello il clima che ho trovato sul set tra i giovani attori: hanno instaurato una bellissima relazione tra loro».
In un’intervista a Vanity Fair suo figlio ha detto: “Nella seconda stagione l’ho dovuto odiare, non è una cosa facile da fare quando ami tanto una persona”. A parti invertite, lei cosa dice?
«Tutto questo fa parte del gioco della recitazione che si fonda sulla finzione che non è fare una cosa per un’altra: in latino fingo significa faccio invento, immagino, costruisco. “Io nel pensiero mi fingo” di Leopardi è come dire io invento e immagino e questo fa l’attore. Agli allievi cito sempre una poesia di Pessoa: “Il poeta è un fingitore e finge così completamente da credere che sia vero il dolore che davvero sente”. Questo è il lavoro dell’attore».
Nella serie, suo figlio interpreta un cattivo ragazzo che prova a cambiare: secondo lei cambiare è possibile?
«Certamente sì. Per cambiare ci vuole volerlo e ci vuole anche poterlo. Quando dico agli allievi che siamo dei privilegiati voglio dire esattamente questo: voi e noi abbiamo la possibilità di fare quello che ci piace, di lavorare per due ore su una voltata di sguardo, su un movimento, su un verso e allora immaginiamo troppe persone che vorrebbero e che non possono. Ecco, noi abbiamo la responsabilità di lavorare anche per loro».
I genitori di solito non vogliono che i figli commettano gli stessi errori che hanno fatto loro; c’è un errore che lei non vorrebbe rifare?
«Ce ne sono molti, ma gli errori servono, magari qualcuno un po’ di meno, qualcun altro si può evitare però gli errori sono lo strumento per imparare: un bambino, prima di imparare a camminare, quante volte cade?
Quando le hanno proposto “Mare Fuori” ha capito che sarebbe stato un successone?
«Avevo visto già la prima stagione e mi era sembrata un’operazione molto sapiente e potente come idea di scrittura. È stato un privilegio poter far parte di questo progetto».