Dario Coletti: «La mia fotografia a metà tra la pittura e il giornalismo»

L’autore romano ritirerà oggi a Pescara il premio internazionale Flaiano fO per la sua carriera All’Aurum sarà protagonista di un incontro con Marco Longari, direttore artistico del Festival
«Un riconoscimento del genere è un carburante importante. Noi fotografi, documentaristi, lavoriamo in modo molto solitario, a volte non ci rendiamo conto dei risultati di quello che produciamo. Dopo tanti anni di lavoro, per me è un grande dono». Riceverà il Premio Internazionale Flaiano di Fotografia, istituito in occasione del secondo Festival internazionale di fotografia e giornalismo Flaiano fO, il romano Dario Coletti. Il riconoscimento, che premia la sua florida carriera, gli sarà consegnato oggi, alle 18.30, all’Aurum di Pescara. Da sempre attento alle tematiche sociali e antropologiche, sarà, inoltre, protagonista del talk Il Fotografo e lo sciamano. Lo spirito universale nella ricerca fotografica di Dario Coletti, con il fotoreporter Marco Longari, direttore artistico del festival. «Da più di trent’anni, lavoro sul territorio sardo: dal momento in cui l’ho scoperto non me ne sono più staccato per l’autenticità e la verità che vi ho trovato» racconta al Centro. «Sto terminando un lavoro iniziato nel 1993 sulle miniere, in cui metto in relazione i segni sul territorio con i visi degli uomini, anch’essi scavati, ma dalla montagna. In un destino quasi specchiato in cui l’uomo scava il territorio e ne cambia la fisionomia, quello stesso territorio, con il duro lavoro, scava i visi e i corpi creando segni importanti, che in qualche modo si assomigliano. Ho fotografato, inoltre, il territorio dall’alto, usando un drone, per metterlo a confronto con i volti dei minatori, quasi a indicare il volto come paesaggio e il paesaggio come volto».
Negli anni, tante cose sono cambiate nel mondo della fotografia. Che apporto le ha dato la tecnologia?
«È fonte di gioia e dolori per il fotografo. Io la utilizzo senza esagerare. Non metto mai più di una foto o due all’interno di un lavoro scattata con un drone, perché è una visione, tra virgolette, non naturale. Può essere, però, molto utile, ad esempio per chi lavora nel campo del conflitto ambientale. Non uso l’intelligenza artificiale, invece, perché per un documentarista sarebbe una sconfitta incredibile, sarebbe come dire che l’immagine non esiste. Il documentarista, come il giornalista, è un testimone».
Nel corso della sua carriera ha collaborato anche con organizzazioni umanitarie…
«Sono stato sul territorio di Haiti, nel 2004, con Medici Senza Frontiere, che lì aveva aperto un ospedale in cui era possibile partorire con metodi meno “cruenti”. È stata un’esperienza straordinaria. Haiti è un Paese violento, pericoloso, ma nello stesso tempo pieno di umanità. Non mi sono mai sentito a disagio e neanche in pericolo, ma sempre ben accolto dalla popolazione».
Tra le numerose, qual è stata per lei un’altra esperienza particolarmente significativa?
«Mi ha segnato dal punto di vista professionale, ma soprattutto umano, un viaggio di un mese e mezzo in Sri Lanka, dove seguivo un gruppo di buddisti occidentali. Era la metà degli anni '90. Ho conosciuto la filosofia buddista, che mi ha molto aiutato negli anni a venire. È stato un viaggio di riconciliazione con il genere umano e, soprattutto, con me stesso. Da quel momento la mia fotografia è cambiata, ho cominciato a lavorare in un modo diverso, con meno ambizione, più senso del dovere. Lo Sri Lanka mi ha indicato la via per fare cose meno “grandi”, ma che avessero un significato».
Come è arrivato in Sardegna?
«Lavoravo per alcuni giornali italiani come freelance. A mano a mano che frequentavo l’isola, ne sono stato assorbito. In trent’anni ho prodotto una serie di pubblicazioni, di libri, di taglio antropologico, che hanno raccontato la vita. La mia è una formazione a metà tra artistica e giornalistica: ho individuato un territorio che mi consentisse di trovare l’equilibrio per documentare anche in una forma che ricordasse la pittura. In Sardegna ho trovato autenticità, il rapporto tra l’uomo e la storia naturale è molto evidente. In Sri Lanka ho capito che lavorare in una situazione estrema come può essere quella di guerra non mi apparteneva: mi appartiene la riflessione sull’umanità».
Un altro lavoro che ha destato molto interesse è “180 Basaglia”, in cui ha indagato gli effetti della legge Basaglia…
«Ho deciso di parlare del tema psichiatrico partendo da un piccolo centro di un quartiere periferico di Roma, San Basilio. La struttura era diretta dalla dottoressa Giusi Gabriele, che aveva collaborato con Basaglia. Ho capito che il confine tra quello che chiamiamo normalità e quella che definiamo follia o anormalità è davvero molto labile. È stata un’esperienza che ancora oggi mi porto dentro: mi ha insegnato maggiori tolleranza e comprensione. Nel lavoro fotografico, le nostre interiorità, sensibilità, formazione, provenienza culturale entrano in relazione con ciò che c’è all’esterno, creando una sintesi. Mi attengo a quello che vedo nella realtà ma, nello stesso tempo, metto qualcosa che appartiene alla mia persona».
Il bianco e nero nei suoi lavori è dominante, ma c’è anche l’uso del colore…
«Quando ho iniziato, nel 1989, se si aveva un’idea autoriale del proprio lavoro, si doveva usare il bianco e nero. Oggi la situazione è cambiata, le tecnologie hanno portato piccole rivoluzioni e abbiamo la possibilità di dare un tocco personale anche al colore. Per ogni situazione, cerco di capire quale sia la scelta più adeguata ed efficace».