Di Federico a “Storie”: da solo sull’Himalaya, ma la cima è dentro di me

È partito da Chieti per andare fino in Pakistan, camminare 150 chilometri a piedi per raggiungere il campo base e poi, da lì, scalare in solitaria una delle vette dell’Himalaya a 8.068 metri di...
È partito da Chieti per andare fino in Pakistan, camminare 150 chilometri a piedi per raggiungere il campo base e poi, da lì, scalare in solitaria una delle vette dell’Himalaya a 8.068 metri di altitudine. Un’impresa durata due anni di preparazione – compresi gli allenamenti di corsa con la mascherina per simulare l’assenza di ossigeno – che gli è valsa questa definizione: «Il più veloce salitore della storia su una via nuova a quota ottomila». Un sacrificio con un obiettivo: trovare il proprio posto nel mondo. «E invece non l’ho trovato nemmeno sulla cima dell’Hidden Peak», racconta con un sorriso Giampiero Di Federico, l’alpinista terrone che ha conquistato la fama internazionale. Alpinista, scalatore, guida, scrittore e volto della tv abruzzese con il programma “Montagne amiche” su Rete 8. È proprio Di Federico l’ospite di un’altra puntata di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete 8 in collaborazione con il Centro che va in onda questa sera alle 21 per la regia di Antonio D’Ottavio (repliche il mercoledì a mezzanotte, il sabato a mezzanotte e il martedì alle 13.30).
Di Federico, nativo di Scurcola Marsicana e teatino d’adozione, adesso vive tra Abbateggio e Roccamorice: una vita dedicata alla montagna. «Per me la montagna è sempre stata sinonimo di avventura e anche quando ero un ragazzo non mi interessava il resto. Non mi interessavano neanche le storie serie con le ragazze: a me piaceva andarmene in montagna. Poi, a 20 anni, ho scoperto l’arrampicata: mi sentivo invincibile». Con questo spirito ha firmato l’impresa della vita: era il 14 luglio del 1985 quando è diventato il primo italiano a superare un ottomila in giornata. Una scalata durata sette ore con quasi duemila metri di dislivello: un passo alla volta, fino a compierne trenta, poi altri trenta passi e ancora altri trenta senza mai voltarsi indietro. Con la costanza della fatica, Di Federico ha conquistato la vetta – «Lassù mi è scoppiato un mal di testa fortissimo» – ma una volta arrivato sul tetto del mondo ha avuto un’illuminazione-delusione: «La cima è dentro di noi, è mutevole e cambia in ogni stagione della vita. Non è vero che la vita è una sola, ce ne sono tante quante la nostra voglia e capacità e il nostro destino ne producono. È bello viverle tutte, senza morire prima di morire», così recita un passo del libro “La vita è fredda”, scritto nel 2020.
La scalata in solitudine di Di Federico all’Hidden Peak – nel suo curriculum di alpinista c’è anche una spedizione sul K2 per ripulirlo dei rifiuti lasciati durante un secolo di esplorazioni – è uno spaccato di vita: «Ho sempre rifiutato la vita normale e normalizzata, da giovane ero esuberante ma l’alpinismo mi ha dato la possibilità di scatenare la mia aggressività positiva. L’alpinismo ha inquadrato la mia esuberanza», dice Di Federico facendo capire che, se non fosse andata così, sarebbe potuta finire male, «sono stato fortunato perché rischiavo molto: ho iniziato a 20 anni e a quell’età non si ha la cognizione dei rischi. Io non avevo paura del vuoto, che è una difesa immunitaria dagli incidenti: io non avevo questa difesa. Più che incoscienza era non coscienza del pericolo. Del resto, chi a 20 anni non si sente invulnerabile?».
L’ultima produzione televisiva dell’alpinista, con il regista Giustino Zuccarini, è andata in onda ieri su Rete 8 e sarà in replica sabato alle 20.30: «Un viaggio lungo il percorso montuoso della tappa abruzzese del Giro d’Italia del prossimo 15 maggio». Nei prossimi giorni sarà trasmessa la seconda parte.