Di Scanno: Beckett e i giorni felici nel mio teatro

19 Giugno 2016

di Anna Fusaro Debutterà il 24 luglio a Popoli, nell'ex birrificio Heineken, “Happy Days” (1960) di Samuel Beckett, nuovo spettacolo della compagnia Drammateatro e del suo regista Claudio Di Scanno,...

di Anna Fusaro

Debutterà il 24 luglio a Popoli, nell'ex birrificio Heineken, “Happy Days” (1960) di Samuel Beckett, nuovo spettacolo della compagnia Drammateatro e del suo regista Claudio Di Scanno, interpreti Susanna Costaglione e Marco Di Blasio. «Protagonista è una figura femminile, Winnie, fissata in un "non-tempo" nella sua perpetua condizione di sprofondamento lento e inesorabile nella collinetta di sabbia. Accanto a lei Willie, suo marito, vegeta in un buco nel terreno. Alla condizione fisica di degradazione fa da contrasto il lungo monologo di Winnie, vispo quanto disperato tentativo di rimanere attaccata alla vita. È proprio questo il tema centrale dell'opera di Beckett», spiega il regista pescarese, due volte Premio Enriquez, allievo di Eugenio Barba.

Lo spettacolo farà 12 serate a Popoli per poi essere ripreso in autunno nella stagione del Teatro stabile d'Abruzzo, co-produttore di “Happy Days”, e in piazze fuori regione. “Giorni felici” è uno dei capolavori di Beckett, insieme a “Aspettando Godot”, “Finale di partita”, “L'ultimo nastro di Krapp”. Si tratta di un ritorno al gigantesco drammaturgo e romanziere irlandese per Drammateatro e Di Scanno che, 31 anni fa, come primo lavoro, allestirono “Atti per niente” («Quasi il manifesto poetico della nostra nascita»), riannodabile a quest'ultima proposta attraverso uno dei segni forti della tematica beckettiana, il disfacimento dell'individuo.

«Il rapporto con Beckett fu molto stimolante poiché ero di fronte a un autore inquietante per poetica e tematica», ricorda Claudio Di Scanno. «Fu un'esperienza illuminante se oggi rileggiamo il tema del disfacimento del corpo-mente al cospetto del cyborg e del post-umano. In Beckett non troviamo temi eterni come in Shakespeare - l'amore, il potere, le lotte per la sua conquista -, bensì il tentativo di scavare nelle trasformazioni dell'uomo nella sua collisione col tempo progressivo. Più passa il tempo più questi temi - il vuoto, l'attesa, il nulla infinito, la memoria - diventano urgenti e consistenti».

Da qui l'esigenza di misurarsi nuovamente con il grande dublinese a trent'anni di distanza, «per capire se il rapporto col suo teatro ha la stessa freschezza artistica di allora». Al fianco, come sempre, l'attrice Susanna Costaglione, con la sua bravura fatta di tecnica, sensibilità, creatività. «Lei», spiega Di Scanno, «interpreta fortemente la mia idea di autore attoriale. Al pari di Marco Di Blasio. Amo gli attori che dialogano fortemente col regista, complici in una drammaturgia che può essere anche rischiosa».

Dopo oltre trent'anni e molti riconoscimenti nazionali, tra i quali l'Enriquez per “Musineri”, spettacolo allestito nel 2006, a cinquant'anni dalla tragedia di Marcinelle, il bilancio per Di Scanno e Drammateatro è, nonostante l'assenza di una sede teatrale, «paradossalmente positivo». Nei vent'anni di residenza della compagnia a Popoli il teatro comunale, messo a disposizione dall'amministrazione cittadina, è stato usato effettivamente pochi anni, tra «lavori avventurosi di ristrutturazione prima, e il terremoto poi». Facendo di necessità virtù, è stata esplorata e scoperta la ricchezza di altri luoghi, non convenzionali, piazze, giardini, capannoni industriali dismessi, «che hanno molto stimolato la nostra drammaturgia e liberato energie, come per il "Macbeth" dell'anno scorso, allestito nell'ex fabbrica di birra che ospiterà "Happy Days". Uno spazio che ha consentito, come al cinema, i campi lunghi, impossibili su un palcoscenico 8 per 8».

Cercare il lato positivo anche nelle difficoltà sembra la bussola di Claudio Di Scanno, capace di superare un ictus e rifletterci su così: «Potevano esserci condizionamenti psicologici, invece la lentezza causata dall'ictus, il camminare più lentamente, mi ha dato la possibilità di guardare, e non solo vedere, me stesso e il mondo esterno, e di lavorare con tempi più dilatati e meglio dettagliare i progetti che avevo in mente».

«Il teatro», conclude Di Scanno, «è un nucleo di umanità alta, è un bene culturale vivente collettivo e comune. Gli enti pubblici dovrebbero tutelarlo come entità vivente, non come museo. Il teatro è un rituale pieno di vita e vitalità. Invece i social sono un'esperienza ingannevole, una finta relazione col mondo che fa perdere umanità e cultura mentre si è soli davanti a uno schermo».

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