Dine, il nonno della Pop-Art al Palazzo delle Esposizioni

17 Febbraio 2020

ROMA. «Abbiamo lavorato tre anni per mettere insieme questa “storia”. Racconta cosa significhi essere me per tutto questo tempo e credo dica molto su ciò che sono come artista, come uomo, come...

ROMA. «Abbiamo lavorato tre anni per mettere insieme questa “storia”. Racconta cosa significhi essere me per tutto questo tempo e credo dica molto su ciò che sono come artista, come uomo, come americano che vive in Europa». A tratti ruvido, come solo i grandi possono, cravatta sotto al pullover e calze a righe coloratissime come i suoi quadri più celebri, Jim Dine, il gigante della Pop Art americana e del Neo-Dada, 85 primavere a giugno e una collezione infinita di happening, creazioni, mostre, omaggi, è arrivato, nei giorni scorsi, a Roma per il tributo che gli rende Palazzo delle Esposizioni con una grande personale, a cura di Daniela Lancioni fino al 2 giugno, e un calendario di eventi che lo vedrà tornare ancora di persona il 18 marzo, per il suo reading House of Words, accompagnato da Fabrizio Ottaviucci al pianoforte e Daniele Roccato al contrabasso.
Esposte, per tutto il piano terra (con la viva pertcipazione dello stesso Dine), più di 80 opere, realizzate tra il 1959 e il 2018, provenienti da collezioni pubbliche e private, al di qua e al di là dell'oceano, con un prezioso corpus dal Centre Pompidou di Parigi, più scatti di fotografi della New York anni '50-'60 come Robert R. McElroy, Fred W. Mc Darrah e Peter Moore dei suoi happening (con ricordi dalla voce dello stesso artista) e una selezione di video interviste. Un viaggio «non sempre liscio, ma di grande piacere», dice lui, che apre e chiude con due suoi autoritratti: la testa di Head del 1959 e il dittico Two Large Voices Against Everything del 2016. Cosa è cambiato tra l'uno e l'altro? «Nulla», risponde, «sono sempre io, solo cresciuto e migliorato, come uomo e come artista».
In mezzo, i primi piccoli dipinti su tela, i «suoi» anni '60, quando gli oggetti comuni iniziano a «uscire» dall'opera, tra capolavori come Window with an Axe, Four Rooms e Two Palettes in Black with Stovepipe (Dream). E poi i lavori presentati alla Biennale di Venezia del 1964, quella che impose all'attenzione del mondo la Pop Art, le sculture in alluminio, i celebri Cuori, la Black Venus del 2001 e la folla dei suoi Pinocchio con due poemi composti appositamente.
«A sei anni», confida Dine, «rimasi terrorizzato dal film su Pinocchio. L'ho riletto da adulto e ho scoperto una storia profonda. Geppetto, che prende un pezzo di legno e lo fa parlare, in fondo è una metafora dell'arte».
La mostra, spiega Cesare Pietroiusti, presidente Azienda Speciale Palaexpo, «non è solo un omaggio a un artista presente in tutti i libri di storia dell'arte del mondo ma sorprende per la capacità di sperimentazione e per la possibili declinazioni della pittura». «L'energia e la creatività di Jim hanno superato i limiti e gli schemi imposti», incalza il direttore del Pompidou, Bernard Blistène. «Noi lo abbiamo voluto», aggiunge la curatrice, Daniela Lancioni, «per la tenuta inossidabile del suo lavoro, per essere uno degli artisti cui i nostri “campioni” anni '60 hanno guardato di più e per la capacità di condurre il suo lavoro sempre in modo autonomo e libero, a volte quasi “contro” se stesso».
«L'arte è tutto per me. Io sono proprio nato artista. Non avrei potuto fare altro. E questa mostra è un po’ la mia autobiografia, che spero possa continuare ancora per un po’», commenta ancora Dine, che da tempo ha eletto Parigi sua dimora e dove sta già lavorando a una mostra per l'autunno nella capitale francese. «Vivo in Europa», spiega, «non perché costretto, ma perché è una fonte di ispirazione e perché mi sento a mio agio, cosa che non sono negli Stati Uniti. Non so il motivo», mette le mani avanti. «Devo anche moltissimo alla cultura e all'arte greco-romana. L'ho studiata tutta la vita e non sarei chi sono senza. Oggi sono più libero, posso fare quello che voglio. No, non perché sono un grande artista, ma perché sono anziano. Anche perché», - sorride, «io non lo so se sono davvero un grande artista. Sono invece assolutamente certo di avere 85 anni».
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