Donatella Finocchiaro è la Lupa donna “del peccato” di Verga

13 Marzo 2024

L’attrice è anche regista della pièce con folto cast in scena per il Tsa all’Aquila 

PESCARA. Da una delle novelle più note di Verga, Donatella Finocchiaro è Gnà Pina, per la sua fisicità e sensualità ferina chiamata la Lupa dall’invidiosa e intimorita comunità paesana. Per la stagione teatrale aquilana, organizzata dal Teatro Stabile d’Abruzzo, nel Ridotto del teatro Comunale va in scena domani alle 21 e venerdì 15 in doppia replica (ore 17.30 e 21) “La Lupa” di Giovanni Verga, regia e interpretazione di Finocchiaro, progetto drammaturgico e collaborazione alla regia Luana Rondinelli, produzione Stabile di Catania e Teatro della Città Catania. Con la catanese Donatella Finocchiaro, pluripremiata attrice di teatro e cinema, un folto cast di interpreti: Bruno Di Chiara, Chiara Stassi, Ivan Giambirtone, Liborio Natali, Alice Ferlito, Laura Giordani, Raniela Ragonese, Giorgia D’Acquisto, Federica D’Amore, Roberta Amato, Giuseppe Innocente, Gianmarco Arcadipane. Movimenti di scena Sabino Civilleri, scene e costumi Vincenzo La Mendola, musiche Vincenzo Gangi, luci Gaetano La Mela.
La novella “La Lupa”, inclusa nella raccolta “Vita dei campi” fu pubblicata da Verga con l’editore Treves nel 1880. Protagonista della storia ambientata nella Sicilia dell’Ottocento una sensuale e trasgressiva vedova che si accende di passione per il giovane bracciante Nanni. L’ossessione la spinge fino a dargli in sposa la figlia Maricchia pur di averlo in casa. Dopo vari drammatici accadimenti la tragedia. La novella ebbe grande successo, tanto da spingere Verga a ricavarne un dramma teatrale, rappresentato per la prima volta a Torino, nel 1896. Dalle pagine verghiane sono stati tratti due film: la pellicola del 1953 di Alberto Lattuada, con Kerima ed Ettore Manni, e quella del 1996 di Gabriele Lavia con Monica Guerritore e Raoul Bova. Si legge nelle note di presentazione dello spettacolo: «La chiamavano la Lupa. Oggi come ieri, è la donna che non si vergogna della sua sensualità e viene per questo additata dal contesto sociale perché libera, strana, diversa. Lei, che di quella tentazione amorosa e carnale per Nanni si considerava vittima. Anche lui cade nel vortice, si trascina in penitenza nella processione, ma non riesce a liberarsi dalla tentazione. Tra vittima e carnefice è gioco al massacro. Insieme vivono nel “peccato” e nella follia. Nel testo viene amplificato il punto di vista della donna e della possibilità di vivere la propria vita sentimentale e sessuale liberamente, a dispetto di un ambiente retrogrado pronto a puntare il dito».