Donatella fra i banchi di scuola «Scrivere è la mia cura»

19 Ottobre 2017

La Di Pietrantonio vincitrice del Campiello con “L’Arminuta” all’Ipsias di Pescara Confronto con studenti, genitori e insegnanti: «Tu sei l’orgoglio dell’Abruzzo»

PESCARA. «Benvenuta Donatella sei l'orgoglio d'Abruzzo». E’ così che l'hanno accolta, ieri mattina, studenti, insegnanti e genitori nell'aula magna dell'Ipsias Di Marzio-Michetti. L'abbraccio di Pescara a Donatella Di Pietrantonio, la scrittrice rivelazione che sta trainando l'Abruzzo con le sue storie amare e primitive, nel gotha della letteratura italiana. “L'Arminuta”, il suo ultimo romanzo premiato, il mese scorso, con il Campiello, è stato al centro dell'incontro scolastico intorno al tema “il libro come cura”. Un testa a testa di alto spessore tra la scrittrice-odontoiatra nata ad Arsita ma pennese di adozione, e gli studenti pescaresi. Per ragionare insieme dell'importanza della lettura e della scrittura, di lingua e dialetto. E ancora: di affetti necessari e di abbandoni, genitori e figli, di appartenenza alla famiglia, del sentirsi orfani, della necessità di coltivare le proprie passioni, e della cura. Che non significa guarigione. «L'importante». osserva la scrittrice, «è non rimuovere quegli aspetti difficili, oscuri di noi stessi, ma prendersene cura, farci i conti giorno per giorno. Come l'Arminuta, che si descrive orfana di due madri viventi».
Come arriva a descrivere il carattere, l'indole dei personaggi, è stata una delle prime domande arrivate dalla platea. E ancora: cosa permette di diventare genitori e prendersi cura dell'altro? Perché nei suoi libri è sempre presente il tema della maternità? Scrivere può servire come cura dei dolori personali? Si scrive per se stessi? E cosa amava leggere Donatella da bambina, e poi alla nostra età? Come concilia il lavoro da dentista con la scrittura? Un fuoco di fila di domande, alle quali la scrittrice risponde schietta, rivelando episodi della sua vita.
«Ciò che cerco disperatamente di raccontare», dice Di Pietrantonio, «è che se ti manca l'amore materno, mai potrai sostituire quell'amore. E se non l'hai avuto, ti lascerà delle ferite. Come accade all'Arminuta: insieme con la sorella Adriana cercano di metterci una pezza, recuperare quell'affetto materno tra di loro e con i coetanei. Nell'Arminuta trovi qualcosa che abbiamo tutti provato, il vissuto dell'abbandono. Si legge perché probabilmente ritroviamo una parte di noi nei libri, una risonanza».
«Il mio studio dei personaggi», commenta la scrittrice, «deriva dalla capacità che ho di immedesimarmi negli altri, è frutto della mia curiosità. Ho capito che avere una grande curiosità verso l'altro è la condizione fondamentale per scrivere un libro. Significa decentrarsi e calarsi nell'altro, immergersi nel suo mondo e in quello che prova».
«Ho cominciato a scrivere perché non avevo altro», aggiunge, «non avevo i social che avete voi. Fino a dieci anni ho vissuto come Heidi in un piccolo borgo ai piedi della montagna, dove mancava perfino la corrente elettrica. Quindi, niente tv, c'era solo la natura. E io mi ci immergevo completamente. Quando ho imparato a leggere e scrivere ho iniziato a descrivere la natura intorno a me, così sono nate le mie passioni parallele. Ma non so se consigliarvi le mie letture. Finché ho abitato in quel posto arrivavano pochissimi libri. Ringrazio ancora mia madre che mi portava libri da Penne: “Piccole donne”, per esempio. Ho scritto un mio testo sulle “Piccole donne”. Uscirà in un'occasione particolare, legato a un cantante che amate molto. Ma ora non posso dire di più».
E avanti così per due ore, fino a una sorta di outing, confessione: «Se uno scrittore continua a girare intorno allo stesso tema è perché ha qualche nodo irrisolto. Nel mio caso, la maternità torna fin dal primo libro. A noi bambini in montagna le madri mancavano anche quando c'erano fisicamente. All'ombra degli alberi, le vedevamo lavorare nei campi. Vedevo mia madre ma non potevo toccarla, non mi sono mai sentita una priorità per lei perché c'erano sempre altre cose da fare, le mmasciate. La sera, rientrati dai campi, gli uomini recuperavano le fatiche davanti al camino. Per le donne, invece, iniziavano i lavori casalinghi rimasti indietro. E se mia madre mi prendeva in braccio c'era il suocero-padrone che subito la rimproverava di tornare alle faccende. Se si scrive per se stessi?», conclude Donatella Di Pietrantonio. «Michela Murgia ha dato questa sintesi per me perfetta: la scrittura è una malattia che si cura da sé. Se hai bisogno di scrivere è perché hai dentro un mondo doloroso che non vuole e non può restare al chiuso. Ha bisogno di essere dato».
©RIPRODUZIONE RISERVATA