E Melchiorre Delfico offrì a Napoleone la corona di re d’Italia

La riedizione di un libro dello storico Giovanni Livi riporta alla luce un progetto del filosofo e politico teramano
di Giuliano Di Tanna
Nei nove mesi e mezzo, a cavallo fra il 4 maggio 1814 e il 26 febbraio 1815, che restò all’Elba la vita di Napoleone si intrecciò con quella di Melchiorre Delfico, il filosofo ed economista teramano. La storia di quell’incontro torna alla ribalta, adesso, con la pubblicazione in e-book di un classico minore della storiografia italiana, “Napoleone all’Isola d’Elba” (Edizioni Trabant, 3,99 euro), di Giovanni Livi, un archivista e storico attivo tra l’Ottocento e il Novecento.
Delfico insieme ad altri 13 carbonari italiani presentarono al decaduto imperatore di Francia un progetto: metterlo a capo di un nuovo Impero romano e incoronarlo, nel contempo, re d’Italia. Il progetto non era di quelli campati in aria. Infatti, i 14 carbonari avevano messo a punto anche una costituzione del nuovo impero. Il piano si presentò agli occhi di Napoleone sotto forma di lettera.
Ecco come racconta la vicenda uno scrittore quasi coevo, il conte Ernesto Ravvitti nel suo libro “Delle recenti avventure d'Italia” del 1864.
«La lettera portava la data del 19 di maggio 1814. Chi la segnò? Quattordici Framassoni, quattordici Italiani: Melchiorre Delfico, Consigliere di Stato a Napoli, il conte Luigi Corvetto di Genova, e altri dodici, due Còrsi, due Genovesi, quattro Piemontesi, due del già Regno d'Italia, quattro degli Stati romani e napoletani. Che conteneva? La promessa di liberarlo da quelle strette, quand’egli prometta di venire nella Penisola a costituire l'Impero d'Italia. Napoleone accettò, come uomo che nel naufragio vede una tavola e l’afferra, disposto a gettarla al fuoco dopo toccata la riva. Un Trattato fu sottoscritto, una Costituzione giurata, la Costituzione che il primo Imperatore d'Italia doveva promulgare appena posto piede sul continente italiano. L’articolo 51 suonava: “La residenza abituale dell'Imperatore sarà fissata a Roma”. L’articolo 53: “Verranno stabiliti quattro Viceré, la di cui residenza sarà fissata nelle quattro città, Roma eccettuata, le più popolate d'Italia”. L’articolo 47: “La prima adunanza legislativa avrà luogo a Roma, la seconda a Milano, la terza a Napoli, ciascheduna per tre anni, nello stesso ordine, per turno di tre in tre anni”».
Napoleone? Quale fu la risposta dell’ex imperatore in esilio? Ce lo racconta sempre Ravvitti nel suo libro: «Napoleone I promettendo, diceva: “Sarà questa l'impresa più difficile che io mi abbia tentata fin qui. Farò degli sparsi popoli d’Italia una sola nazione: darò loro l'unità dei costumi che adesso manca. Dopo di essere stato Scipione e Cesare in Francia, sarò Camillo in Roma. Cesserà lo straniero di calpestare col suo piè il Campidoglio, né più vi ritornerà. Sotto il mio regno la maestà antica del popolo-re si unirà alla civiltà del mio primo Impero, e Roma uguaglierà Parigi, serbando tuttavia intatta la grandezza delle sue memorie passate. Sono stato in Francia il colosso della guerra, sarò in Italia il colosso della pace”».
L’esito è noto. Il 26 febbraio Napoleone si imbarca da Portoferraio alla volta della Francia per andare incontro ai suoi Cento giorni e alla sconfitta definitiva di Waterloo, il 18 giugno 1815. Napoleone molla con il cerino in mano i carbonari che si rivolgono, quindi, a Gioacchino Murat, suo cognato. Ma la sfortuna tallona i carbonari. Annota ancora Ravvitti: «Sconfitto, Gioacchino perde il trono di Napoli, Napoleone Bonaparte e trono e libertà. In breve volger di tempo due volte lo scettro d'Italia è promesso, e due volte cui era offerto tragge a ruina».
Fallisce così il tentativo di unificazione della Penisola che sarà poi realizzato, in tempi più lunghi, dai Savoia.
Andando incontro al suo destino, Napoleone voltò le spalle a quella che anche ai francesi era sempre apparsa come la sua vera patria. Nella “Cugina Bette”, lo stesso Balzac lo dipinge vanitoso e teatrale, come un figlio dell’eterno Paese di Guicciardini: «L'imperatore, da buon italiano, amante del bel vestire, aveva fatto ricamare in oro e in argento, da capo a piedi, tutte le divise di quanti lo servivano, e il suo impero comprendeva contotrentatré dipartimenti».
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