Echi di guerra Naomi tra i sogni e Kate sarta grintosa

30 Aprile 2016

Un piccolo grande film cerca di farsi spazio nella folla di novità. È “Sole alto” del 41enne regista croato Dalibor Matanic, coproduzione tra Croazia, Serbia, Slovenia. E già qui risiede un motivo d'i...

Un piccolo grande film cerca di farsi spazio nella folla di novità. È “Sole alto” del 41enne regista croato Dalibor Matanic, coproduzione tra Croazia, Serbia, Slovenia. E già qui risiede un motivo d'interesse, trattandosi di nazioni poco tempo fa nemiche. Vincitore a Cannes 2015 nella sezione Un certain regard, il film riflette sul conflitto dei Balcani e gli strascichi di odio e incomprensione. E lo fa attraverso tre difficili storie d'amore tra un croato e una serba, collocate all'inizio degli ultimi tre decenni e affidate alla stessa coppia di bravi attori, Tihana Lazovic e Goran Markovic. Nel 1991, con la guerra a un passo, Ivan e Jelena vengono divisi dall'odio tra etnie; nel 2001, a guerra finita, Natasha torna al villaggio distrutto e incontra il carpentiere Ante; nel 2011 Luka e Marija, separatisi nonostante un figlio, si ritrovano. Sopra le umane vicende splende alto e indifferente il sole.

Echi della guerra e dell'odio razziale anche nel geometrico “Lo Stato contro Fritz Bauer” di Lars Kraume, stessa trama de “Il labirinto del silenzio”. Nel film dell'italo-tedesco Giulio Ricciarelli era protagonista un giovane procuratore, figura di fantasia che riassumeva i tre pubblici ministeri di Francoforte che indagarono a partire dal 1957 sugli ex gerarchi nazisti impuniti. Il lavoro di Kraume pone invece l'accento sull'operato del loro capo, il procuratore generale Fritz Bauer (Burghart Klaussner), vero artefice della caccia al feroce tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann fino a Buenos Aires. Sfidando uno Stato smemorato e rischiando l'alto tradimento, Bauer, omosessuale ed ebreo, si rivolse al Mossad, il servizio segreto israeliano.

Un film notevole è “La foresta dei sogni”, di Gus Van Sant, campione del cinema indie statunitense, molto amato dai cinefili. Interpretato da Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe, diverso da tutti gli altri lavori del 64enne autore, “La foresta dei sogni” è una riflessione sulla vita, sulla morte, sul senso di colpa, un viaggio del protagonista, il ricercatore di fisica Arthur Brennan (McConaughey) all'interno di sé dopo la morte della moglie Joan (Watts). Sconvolto e determinato a suicidarsi, l'uomo vola dagli Stati Uniti al Giappone dopo aver digitato su Google: «perfect place to die». La risposta del motore di ricerca lo conduce nell'immensa foresta Aokigahara ai piedi del monte Fuji, nota come foresta dei suicidi (un centinaio l'anno). Nel misterioso e labirintico mare di alberi il razionale Arthur incontra (o crede di incontrare) Takumi Nakamura (Watanabe), ferito e smarrito. Arthur cerca di aiutarlo in tutti i modi e di trovare un sentiero d'uscita dal bosco, spazio simbolico che, come nelle migliori fiabe (esplicito il richiamo ad “Hänsel e Gretel” dei Grimm), è il luogo in cui perdersi per ritrovarsi, proiezione dell'inconscio e dei suoi fantasmi. Ipnotiche le sequenze nella foresta, funzionali i flashback familiari.

Ambientata a inizio anni Cinquanta in Australia “The Dressmaker”, eccentrica e un po' folle commedia di Jocelyn Moorhouse, che cavalca vari generi, a partire dal mélo, per raccontare il ritorno nel rancoroso e polveroso paesello natio Dungatar di Tilly Dunnage (superlativa Kate Winslet), stilista di talento, dopo la formazione negli atelier parigini di haute couture. Tilly è a casa per occuparsi dell'anziana e svitata madre (Judy Davis) e chiudere i conti con un doloroso e ingiusto episodio del passato.

In sala anche la commedia francese “Benvenuti... ma non troppo” di Alexandra Leclère. Per dare rifugio ai senzatetto nel rigido inverno il governo impone ai proprietari di grandi appartamenti di ospitare i poveri. In un elegante stabile del sesto arrondissement la reazione di panico è la stessa, per i grossolani borghesi di destra come per gli intellettuali gauche-caviar.

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